30 parole: Mostri
Ricordo bene quando, a cinque anni,
entrai nel labirinto degli specchi deformanti:
mia madre, una proboscide col cappotto,
stringeva a sè
i miei enormi occhi sgranati,
che la guardavano riconoscenti.
Ricordo bene quando, a cinque anni,
entrai nel labirinto degli specchi deformanti:
mia madre, una proboscide col cappotto,
stringeva a sè
i miei enormi occhi sgranati,
che la guardavano riconoscenti.
Disse di avere i Van Gogh.
Ora voleva la cocaina.
Aprirono la valigetta:
conteneva diamanti purissimi. Nient’altro.
Dovevano barattarci il microfilm,
avevano fatto confusione.
Un giorno di lavoro buttato.
C’è questo tizio che vuole convincermi a cambiare banca. Mi telefona tre o quattro volte, giura che le sue condizioni sono imbattibili, insiste. Di andare in sede non ho voglia, allora prende e un pomeriggio passa da me. Stretta di mano, si guarda intorno, bel pavimento, diamoci del tu. Apre la ventiquattrore, tira fuori le carte e comincia a leggermi le opzioni: conto 0 (zero spese), conto X (ics spese), conto Y (una via di mezzo). Non do segni di essere persuaso. Va avanti per un po’, mi parla di interessi, fondi d’investimento, prima di calare l’asso. “Se vieni con noi, ti regalo una carta di credito normale e una prepagata”, dice. “A cosa mi serve una carta prepagata?”, gli chiedo. Fa una faccia pensosa, come se stesse scegliendo tra un mucchio di buoni motivi. Poi risponde. “Hai presente, quando uno ha la morosa all’Est? Tipo in Cecoslovacchia, Romania. Una volta ti toccava andare là tutte le volte a portargli le calze, le bistecche, quello che serviva. Adesso spedisci la carta, lei ti dà un colpo di telefono, dice ascolta, mi carichi 500 euro che ho bisogno? E hai risolto”. “Non ho una morosa all’Est”, rivelo. Mi posa una mano sull’avambraccio, lo stringe complice. “Metti la carta in un cassetto. Non si sa mai”.
“La sua sceneggiatura è sorpassata”,
disse accigliato il produttore.
“Scriva qualcosa di meno preistorico”.
Aspirò un’enorme boccata
dal sigaro grosso come una clava,
e indicò la porta.
“Arrivederci”, grugnì.
Oh be’, sono andato a vedere Shine a light, il film di Scorsese sui Rolling Stones. Già il trailer prometteva, però mi dicevo, è facile tenere la botta per tre minuti, voglio vedere come ti riduci dopo due ore di concerto. Alla fine ero più stanco io, che per tutto il tempo avevo battuto il ritmo col piede e seminato riff in poltrona tra il pollice e l’indice (sono uno, va detto, che se parla al telefono e intanto accavalla una gamba gli viene il fiato corto). Invece, questi Stones, chi li ferma? Charlie Watts era il solito smagliante fantasma dietro la batteria, Ron Wood e Keith Richards sembravano i chitarristi di San Quintino; e Mick Jagger, sarà anche nonno, sarà un paraculo, ma bisogna essere capaci, a essere nonni paraculi e Mick Jagger contemporaneamente. E poi, tra un pugno di canzoni e l’altro, c’erano i vecchi spezzoni di interviste, da cui si capiva bene che rockstar si nasce (a Keith Richards: “Qual è l’ultima cosa che fai prima di salire sul palco?” “Mi sveglio”). Voto 8+
ps. Dopo un tale spettacolo, fuori dal cinema mi sentivo così ribelle senza causa che ho attraversato le strisce pedonali col rosso (con calma eh, che non arrivava nessuno).
L’altra sera uno mi ha detto che, se non va a votare, poi quando cominciano a uscire i risultati ci sta male. Lo prende l’apatia. Dice che è come sentire Tutto il calcio minuto per minuto senza aver giocato la schedina.
Affiancate,
la bellezza divina e l’arpia
non sembravano sorelle.
Dopo lunghi ripensamenti,
il padre si pronunciò.
Decise che la prima era una perfetta strega,
e cancellò il secondo bozzetto.
Ho una passione per Raymond Chandler. Sarà anche vero che le trame dei suoi libri non si ricordano, ma leggere una pagina a caso di uno qualsiasi dei romanzi con Philip Marlowe per me è sempre un godimento. Se l’avessi conosciuto, credo che gli avrei chiesto in ginocchio di scrivere il mio epitaffio. Per dire la fiducia. Insomma, datemi Chandler a colazione, pranzo o cena, non sbagliate mai. E in mancanza dell’originale mi vanno bene anche i suppergiù, se sono fatti come si deve. Proprio oggi ho letto una storia che è un più che dichiarato omaggio a Marlowe e alla sua epoca, con un protagonista che somiglia come una goccia d’acqua a Robert Mitchum (che interpretò il detective di Chandler due volte al cinema), gira in trench e cappello e appena entrato in scena si mette nei guai, per senso dell’amicizia e per una bella donna. Come Marlowe è un duro, ma spara soltanto quando non può farne a meno. Vive in compagnia di un pennello da barba, qualche whisky e una scacchiera ferma da chissà quanto alla prima mossa. E naturalmente è cinico e disilluso, ma non abbastanza da aver dimenticato le romanticherie (”Se avessi trent’anni di meno ti bacerei” “E se avessi io trent’anni di più?” “Ti avrei baciato molto tempo fa”). Questa storia si intitola “Un uomo d’altri tempi” ed è l’episodio numero 115 di Julia.
Sono l’ultimo di una dinastia.
Ho combattuto battaglie,
trovato e perduto amori,
avvistato isole lontane sotto gomitoli di luna.
Non se ne trovano più,
di padri che raccontano favole.
Sabato sera mi trovavo qua. E’ vero che per arrivarci ho dovuto prendere la via Emilia, seguire le indicazioni per Villanova e Faenza, superare il vecchio ponte di Schiavonia; ma una volta dentro, mi sembrava di essere al Caesar’s Palace di Las Vegas. Insomma, un mondiale di boxe, poteva anche non capitare mai nella vita. E la cornice era proprio giusta eh? C’erano i campioni del passato un po’ imbolsiti, che all’inizio avevano salutato il pubblico e si erano scambiati finti jab in favore di telecamera. C’erano le belle figliole a bordoring, con tacchi a spillo e culi svettanti, che accompagnavano i pezzi grossi in gessato scuro. C’era il commentatore col papillon, le luci che bucavano il centro del quadrato come se cercassero l’oro, e quell’atmosfera di attesa, voi mi capite, un mondiale di boxe. Stavo lì, nella guazza del sogno, ci stavo anche bene. Poi, durante l’incontro che precedeva quello per il titolo, uno dei pugili ha cominciato a lamentarsi con l’arbitro. Mulinava le braccia scontento, faceva le smorfie al suo avversario. Finchè dietro di me uno ha urlato: “O peso medio, vai a Zelig!”
E mi sono svegliato.