Ascoltò i grandi del jazz,
Parker, Cannonball, Coltrane,
senza trovare il coraggio
di soffiare una nota,
dal suo sassofono.
Quando il cuore fece bop
fu la prima, e l’ultima.
Ascoltò i grandi del jazz,
Parker, Cannonball, Coltrane,
senza trovare il coraggio
di soffiare una nota,
dal suo sassofono.
Quando il cuore fece bop
fu la prima, e l’ultima.
E nella città romantica se mai dicono ce ne sia una al mondo, in sei giorni non ho visto nessuno baciarsi per strada. E il Quartiere Latino è pieno di ristoranti e brasserie, e invece dove alloggiavo io a Montparnasse era pieno di farmacie e pompe funebri. E da Hermè ti sembra di stare in una gioielleria, e le commesse in guanti bianchi mettono soggezione, e per avere un pasticcino regale bisogna mettersi in fila come al Louvre. E se chiedi indicazioni, i parigini danno risposte mute con un cenno del pollice e una faccia da coltello, oppure non ne danno. E una mattina c’era una manifestazione della Cgil francese, con bandiere rosse a tutto spiano e un oratore instancabile, e si teneva in Rue des Invalides, e mi sono domandato perchè dovevano farla proprio a quell’indirizzo sibillino. E ho scoperto che la vecchia Chrissie Hynde tira ancora schitarrate come un diavolo, sebbene in menopausa. E davanti alla tomba di Truffaut, nel cimitero di Montmartre, infilato nella terra di un piccolo vaso come un fazzoletto nel taschino, c’era un biglietto. Scritto in francese, però la traduzione era semplice: “Non ho adorato i vostri film. Ma ho adorato la vostra vita. Buona giornata Francois Truffaut”.
Non sono fatto per gli addii. Una volta il lavoro mi porta di qua, una volta di là, non metto mai radici e alla fine trovare le parole per andarsene è complicato. Poi le persone, quando le vedi tutti i giorni, anche non volendo ti ci affezioni. Quest’anno c’era la bionda, con gli occhiali da zitella, che aveva sempre l’aria sorpresa di una che si è svegliata cadendo dal letto; e l’altra, più giovane e carina, forse più felice, ma magari le apparenze ingannavano. Comunque, mi sono trovato bene con tutte e due. L’ultimo giorno non ho detto niente, non so se mi è venuto fuori un sorriso da ladro gentiluomo o soltanto una smorfia strana, che non avranno capito. Sono uscito così, un po’ vigliaccamente, e mentre mettevo in moto la Vespa mi chiedevo, l’anno prossimo, chissà in quale edicola mi fermerò a prendere il giornale.
Ieri sera, per la strada, sulla maglietta di un tizio c’era scritto LIBERTE’. EGALITE’. JET PRIVE’.
Maestro: “Tu lo sai cos’è la boxe?”
Bambino: “Sì. La faccio con mia nonna”.
Maestro: “Ah. E chi vince?”
Bambino: “Io. Mia nonna è vecchia”.
Il ragazzo corteggiava con insistenza la donna sposata,
lanciandole acerbe occhiate,
scrivendo lettere fanciullesche,
chiamandola con puerile audacia sotto casa.
Il marito, accortosi di tutto,
infantilmente
gli ruppe il naso.
Sto leggendo un libro che, se non finisse mai, mi farebbe un favore. Si intitola “Chi c’è in quel film?” (sottotitolo “Ritratti e conversazioni con le stelle di Hollywood”). L’ha scritto Peter Bogdanovich, il regista di “Ma papà ti manda sola?”, “L’ultimo spettacolo” e “Paper moon”. E’ un libro apertamente, spudoratamente nostalgico del cinema e dei divi di un tempo. E Bogdanovich, che esordì a trent’anni con un film, “Bersagli”, su un attore horror al tramonto, interpretato da un attore horror al tramonto (Boris Karloff), dev’essersi sentito come un pisello nel baccello scrivendolo. Comunque non sono storie polverose eh? Anzi. Le quaranta pagine dedicate a Cary Grant, per esempio, hanno il ritmo e la grazia di una delle sue commedie e fanno buon sangue più di una bottiglia di Barbera. Per non parlare della lunghissima intervista a Jerry Lewis (dove si dice, tra l’altro, che per la sorella di Salinger, Lewis era l’essere umano più simile a Holden Caufield che uno potesse immaginare). Leggendo il ritratto di Marlon Brando, poi, mi sono ricordato che la prima volta che avrei voluto essere un altro è stata quando l’ho visto fare Napoleone in “Desirèe” (dopo, ho anche sperato di diventare come Charles Laughton in “Tempesta su Washington“, ovviamente perchè la bellezza non è tutto e in quel film Laughton ne sapeva una più del diavolo).
Un giorno, parecchi anni fa, un tizio con cui lavoravo mi disse in tono incalzante “Tu vai troppo al cinema. Si vede che vuoi sfuggire alla realtà”. Non gli risposi che secondo me anche lui voleva sfuggire alla realtà, dal momento che era calvo e portava un toupet. Lo guardai, e recitai la parte di quello che rimane senza parole.
Maestro: “Dove ti sei rotolata, che hai il sedere tutto sporco di terra?
Bambina: “Mi sono rotolata nella terra”.
Mio nonno era alto e repubblicano. Da bambinetto, quando andavo a trovarlo, giocavamo sempre a briscola scoperta. A me piaceva di più rubamazzo, ma lui diceva che a briscola scoperta si sviluppa l’intelligenza. E poi, che vincessi o perdessi, alla fine mi dava duecento lire, e l’intelligenza di assecondarlo ce l’avevo già. Mio nonno faceva quaranta chilometri in bicicletta tutti i giorni per andare a lavorare, solo che al momento della mia nascita era in pensione, perciò non l’ho mai visto sudato. Mio nonno, a settant’anni, aveva ancora tutti i suoi denti originali. E a tavola tirava su il brodo con la forchetta. Mio nonno certe cose le faceva a modo suo, come Sinatra in My way.
Poi avevo anche un altro nonno. Era piccolo e monarchico. Gli volevo bene, ma non mi sembra il caso che parli di lui proprio oggi.
Per me è sempre stata Occhi di ragazza. Non dico la canzone (che comunque è meravigliosa), dico proprio la ragazza che c’è dentro. Le parole del testo non dicono com’è fatta, ma io me la sono sempre immaginata sui vent’anni, con i capelli un po’ mossi dal vento, le gambe lunghe e lo sguardo di chi ha due linee di febbre. Mi ricordo che da giovane avrei ammazzato Morandi per portargliela via. Poi, vabè, uno cresce.
Oggi un calciatore dell’Atalanta, nelle interviste del dopo partita, ha detto che era veramente felice di aver segnato due reti, perchè questo per lui era stato un anno difficile, costernato di incidenti.
Passo indifferente la cornetta
da un orecchio all’altro,
come una scimmia tra due liane,
poi mia moglie risponde:
non concederà il divorzio.
“Va bene, Jane”, mormoro rassegnato,
inutile gridare.
A una cinquantina di metri, sulla sinistra, sono nati due gemelli. Quando piangono sembrano gatti in calore. Cento metri a destra invece, è venuto ad abitare uno che somiglia a un santone, e anche se mi hanno detto che non lo è deve avere dell’ascendente, perchè intorno a casa ha un guazzabuglio di macchine quasi tutte le sere. In più è sparita la scritta Vendesi dalla villetta di fronte.
Non sono lontani in giorni in cui da queste parti un misantropo poteva crepare di solitudine. Adesso, c’è tutto un fervore. Mi sento un po’ come un dopoguerra.
Per chissà che vie traverse, qualcuno è arrivato su questo blog avviando una traduzione automatica in giapponese del primo capitolo di Cera per le sirene. Forse cercava qualcosa online di Omero. Oppure, boh. Ad ogni modo, ecco come appare un passo a caso:
催眠術にかかった と彼は答えた。むしろ、私は空のジャケットが1つまたはつととなるのですか” “私たちはジャケットで何をしたか? 私は店のレインコートを取っています。次に、 つまたは つですか しかし、多くの法律のものとは何ですか 本社工場の、ときに便利です。変更後は今、パルプのサンプルを見て、行くドアを押すと、火災の階段を降りて行った また下記の沸騰は、少なくとも 度でした。は、はしごの途中で、何がされた参照するには、僧侶を突いた 中にかかってからフィルタを移動しようとする彼は、腕の石油パイプラインに没頭し、自分の歯を粉砕した
Ora, io non so nemmeno se il giapponese si legga da destra a sinistra, a saltelli o con la testa sott’acqua. Però il risultato ha una sua musicalità. Credo.
Ecco un artista con qualcosa da dire:
nel suo graffito,
un uomo dipinge una ragazza
che ha tatuata sul seno
la nuvola di un fumetto.
Vuota, poiché egli
è analfabeta.