Archive for Luglio, 2007

Uno che conosco

Cinquantatre, cinquantaquattro anni portati male. La bocca è sdentata, ma a settimane alterne. Abita sulle colline, e non ha la patente, nè un motorino. Non si sa come faccia a scendere in città, visto che si muove di sera, quando gli autobus sono ormai fermi nel deposito. Poi, per risalire, un passaggio lo rimedia sempre. Ha una risata sporca, allegra e gracchiante. Quando è elegante ha i capelli pettinati. Flirta con ragazze che potrebbero essere sue nipoti, e le ragazze scherzano volentieri con lui, anche quelle che lo vedono per la prima volta; a certi dongiovanni di paese non succede. Il divanetto d’angolo è suo, se vuole schiacciare un pisolino. Da quando hanno tolto dal muro la lavagna su cui scriveva tramanda le sue massime a voce, tavolo per tavolo. Beve con moderazione, e mai niente di più alcolico della birra. E’ il ministro dei clochard.

30 parole: Vecchi tempi

Il regista fermò le riprese.

Disse “Tesoro, qual è il problema?”,

e invece avrebbe volentieri ucciso

quell’attrice insopportabile,

mai aveva conosciuto una più petulante,

lamentosa, assordante

diva del muto.

?

Mi piacerebbe sapere se al mondo esistono già dei bambini chiamati Google (per me sì).

Aggiornamento. Ce n’è almeno uno: Oliver Google Kai, svedese. Eh, certe volte le risposte sono più balorde delle domande.

L’anima pagliacciona*

 

si cita Claudio Baglioni per parlare del ruolo del narratore. Qua, che con niente perdiamo il filo, si cita Enzo Carella per parlare di Enzo Carella.

Dimmi come m’ami/ti dirò chi sei/Dimmi che mi chiami/fatti i fatti miei/Fammela sentire quella voce da bandita/che manda in alto le mie mani e la mia vita/Vienimi vicino, diventiamo amici/chissà il mio nome tu come lo dici/Se lo mandi giù come un morso della mela/ti sveglierà stanotte con un male in gola

Questa canzone si chiama Stai molto attenta. E’ del 1981. A prima vista parrebbe una filastrocca sdolcinata, ma quella “voce da bandita” spariglia un po’ le carte, no? Le canzoni di Enzo Carella, almeno le più riuscite, sono spesso così. I testi glieli scriveva Pasquale Panella, quello di Don Giovanni di Battisti, però molto prima di Battisti. Le melodie stanno in un guscio, e uno non le può cantare a squarciagola nemmeno volendo. Ma giuro, sono belle. La prima, Malamore, è del 1977. Non è mica invecchiata: era tenera e stramba allora, e lo è anche adesso. Barbara, due anni dopo, arrivò seconda a Sanremo (va bene, erano edizioni famigerate quelle, comunque un secondo posto è sempre un secondo posto). L’ultimo giretto in classifica Carella lo fece con Si, si può, nel 1981. Poi un paio di dischi negli anni ‘90, senza Panella, che non si trovano neanche a mettersi in ginocchio. E due mesi fa, dopo una vita, ne è uscito un altro. Si intitola Ahoh yè nanà. Musica e parole, di nuovo, di Carella/Panella. Io lo compro. Poi, chi vuole, mi fa un fischio e gli dico com’è.

Dimmi in che fumetto mi disegnerai/Dimmi in che finale poi m’aspetterai/Dimmi quando spegni se m’indosserai/Dimmi nei tuoi sogni quante me ne fai/Fammela sentire quella voce da bandita/Che manda in alto le mie mani e la mia vita

* Anche questo è il titolo di una canzone. Parla di nasi di popoff, satin, frou frou, cenci di lamè, bombette di charlot.

Un uomo, un boudoir

In (mi sembra) L’amore ai tempi del colera Marquez scrive “Il cuore ha più stanze di un casino”. Mi è sempre piaciuta ’sta frase. Quel che non mi è chiaro è se del mio cuore io sono il tenutario, o un cliente, oppure la puttana.

Sarò mica quello della buoncostume?

30 parole: Dettagli

Ci scoprirono quasi subito.

Lo Svelto rallentò e li insospettì.

Lo Sgarbato fece l’accomodante.

Intanto lo Smilzo aveva nascosto il bottino

sotto la giacca, quasi scoppiava.

Troppo illogico, maledizione!

Manguste e McBain

Cercando su Google recensioni di un vecchio romanzo di Ed McBain, “Ghiaccio per l’87° Distretto”, ho trovato questo:

Bisogna sapere che la mangusta acquatica è ghiotta di carni di volatili e non bisogna dimenticare che la maggior parte dei volatili è munita di becchi – più e meno lunghi, più e meno appuntiti, più e meno tenaci. Per catturare la sua preda preferita, allora, la mangusta acquatica innanzitutto esce dall’acqua, poi si nasconde ben bene nell’erba e, infine, si acquatta sollevando il treno posteriore. Indi, allarga l’orifizio anale in modo da farlo assomigliare ad un fiore o ad un frutto maturo. E aspetta. Quando arriva occorre prontezza.

Non oso immaginare cosa sarebbe venuto fuori se avessi cercato “Tutti per uno all’87°”.

ps. “Ice”, questo il titolo originale del romanzo, è uno dei migliori nella lunga vita dell’87° Distretto, iniziata nel 1956 con “L’assassino ha lasciato la firma” e proseguita fino alla morte dell’autore, nel 2005. Tra l’altro McBain - pseudonimo di Evan Hunter -, con la sua semireale città di Isola (una Manhattan nemmeno tanto camuffata) e i vari Steve Carella, Bert Kling, Meyer Meyer eccetera, è stato il papà di quasi tutte le serie poliziesche che si vedono oggi in televisione; quelle in cui ci si appassiona al microcosmo di detective protagonisti, e ai luoghi dell’azione, non meno che ai casi sui quali indagano. NYPD, Law & Order, CSI, fate voi. Probabilmente nessuna delle storie dell’87° è un capolavoro in sè, ma vale la pena provare a leggerle. Poi, come notarella personale, trovo che i dialoghi degli interrogatori di McBain siano tra i più ficcanti e gustosi mai scritti nella narrativa poliziesca.

30 parole: Metropolis

C’era una volta una nuvolaglia,

sotto la quale avanzava

un corteo di persone a coda bassa,

tutte tristemente sollevate di esser vive.

Un funerale, direte voi.

Invece era Milano.

Bobby Fischer va alla guerra

di John Eldinow e David Edmonds (Garzanti, 2006)

Quattrocento pagine per raccontare un campionato mondiale di scacchi. E il bello è che ci volevano tutte. Chi ha meno di quarant’anni non può immaginarlo, eppure nel luglio e agosto del 1972 la sfida di Reykjavik tra Bobby Fischer e Boris Spasskij occupò i giornali e le televisioni di mezzo mondo. Successe poco prima delle Olimpiadi di Monaco, con lo scandalo Watergate alle porte, il Vietnam che infuriava e in piena guerra fredda. L’eccentrico genio americano contro il grigio fenomeno sovietico; io ero un bambino, ma lo ricordo come se fosse l’altra settimana. Stando alle immagini che ci arrivavano, Fischer sembrava un divo del cinema con l’occhio un po’ pazzo, e Spasskij un parente barboso. E poi i russi a scacchi non perdevano mai, perciò non era in discussione per chi parteggiare. Questo libro, scritto da due giornalisti della BBC, oltre a raccontare in modo appassionante e spesso ironico la storia - i maneggi Usa-Urss per accaparrarsi l’attenzione dei media (già, queste cose c’erano anche allora); le estenuanti condizioni poste da Fischer prima e durante l’incontro, ossessionato da problemi tipo le troppe macchioline sulla scacchiera o il ronzio delle telecamere nella sala; il codazzo burocratico di consiglieri di Spasskij, che dei consigli se ne fotteva allegramente; l’allarmatissimo team americano, che un giorno sì e l’altro pure doveva impedire a Fischer di oltrepassare la soglia dell’alienazione e mandare a monte tutto quanto - traccia anche un brillante ritratto dei due protagonisti, che a distanza di tanto tempo mi ha insegnato diverse cose. Per esempio, Fischer era quanto di più lontano dall’immagine del cowboy esibizionista mandato a castigare i rossi. Era uno che stava bene solo con la scacchiera davanti, un misogino che vedeva complotti ovunque, scostante, capriccioso, con una madre spiata dalla Cia per presunte tendenze antipatriottiche. Il giorno della partenza per l’Islanda - cioè, uno dei giorni della partenza - giunse all’aeroporto JFK, vide i giornalisti che lo aspettavano e se ne tornò di filato nel suo appartamento. Dal canto suo, Spasskij non era nemmeno iscritto al Pcus. Era un tipo gioviale, si rilassava facendo jogging e andando a nuotare, e invece di concentrarsi soltanto su come battere un avversario tanto feroce intratteneva la squadra sovietica leggendo libri di filosofia. Insomma, erano i simboli sbagliati, da tutte e due le parti, per un match così simbolico. Ma erano anche due scacchisti fenomenali, e l’incontro di Reykjavik, a detta degli esperti, fu uno dei più memorabili di tutti i tempi. Lo vinse Fischer, anche grazie alla fortissima pressione psicologica che alla fine schiantò Spasskij, ma da quel momento smise praticamente di giocare e non difese mai il titolo. I due si ritrovarono venti anni dopo, per una patetica rivincita, nella Belgrado bombardata e disobbedendo in modo plateale all’Onu. Oggi Fischer è diventato una specie di vagabondo paranoide, che nelle ultime dichiarazioni pubbliche parlava di imperialismo ebreo e quasi gongolava per l’11 settembre. Dopo la condanna a dieci anni di carcere in seguito alla rentree di Belgrado ha trovato asilo nell’unico luogo al mondo dove è ancora considerato una divinità, cioè a Reykjavik. Spasskij è andato a vivere a Parigi e ha continuato ad essere uno scacchista ad alto livello per molti anni; recentemente ha fatto persino un’appello al governo statunitense chiedendo che fosse annullata la condanna a Fischer, o almeno di ricevere lo stesso trattamento. La pecorella che va in soccorso del lupo, si potrebbe dire. O una mossa imprevedibile, a partita ormai finita.

Ho visto cose

1 Il vestito rosso carminio indossato da Joan Crawford sulla spiaggia, nella scena finale del film - in bianco e nero - Che fine ha fatto Baby Jane.

2 Il casco di Dart Fener, il cattivo più cattivo di Guerre stellari (ma avrebbe anche potuto essere lo stesso usato dal personaggio di Casco Nero nella parodia di Mel Brooks, Balle spaziali. Mi sono fidato della didascalia).

3 Uno degli abiti (!) di scena del mostro di Aliens, compreso di squame, artigli e faccia purulenta - sempre che di squame, artigli e faccia si possa parlare.

Questi e altri memorabilia mozzafiato al Museo del Cinema di Torino. Fuori, mezzo chilometro prima di arrivare al museo, un tizio con la pancia a teiera fermo in bicicletta davanti a un semaforo aveva fischiettato per un minuto d’orologio il valzer della colonna sonora di Eyes wide shut (io sono un buon fischiettatore, ma lui mi surclassava).

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