30 parole: Fantasmi
Ci incontrammo, anni dopo.
Io ero in compagnia
di una bionda senza lineamenti,
lei di un elegantone
che non le somigliava.
Fu una delusione reciproca,
così fingemmo di non riconoscerci.
Ci incontrammo, anni dopo.
Io ero in compagnia
di una bionda senza lineamenti,
lei di un elegantone
che non le somigliava.
Fu una delusione reciproca,
così fingemmo di non riconoscerci.
Ho passato qualche giorno in Toscana; sulle colline tra Cecina e Volterra, per essere più preciso. Pare siano luoghi incantevoli, dove il corpo e l’anima diventano culo e camicia. Per chi non li conoscesse, si cammina delle mezz’ore, delle mezz’ore, senza sentire un fischio, con le nuvole così basse che ci si potrebbe appendere il cappello. I daini (mi hanno giurato che sono daini) sbucano all’improvviso in mezzo alla strada che è un piacere, ed è meglio viaggiare con il freno della macchina sempre tirato. Non che si possa prendere una gran velocità, con tutti quei saliscendi. C’era anche una luna color mandarino alta nel cielo di giovedì, una rarità persino per gli autoctoni, ma me la sono persa, ero girato dall’altra parte. Però, nella casa che mi ospitava, era montata questa doccia.

Ci ho lasciato il cuore. Anch’io ho una mia sensibilità.
Lo so, era una ladra
ma così bionda e bella
Non ho proprio resistito
ho aperto la sua cella
L’ho piegata in quattro
spedita all’editore
Doveva essere una poesia
d’amore
Invece ho commesso un reato
Ne scriverò un’altra
per trovarmi un avvocato.
Questo post che parla del mio nuovo bagno, di mio padre e di questo libro lo pubblico qui perché il romanzo me l’ha regalato Alberto e so che sarà contento di trovarlo visto che è uno dei suoi libri preferiti.
Ieri ho montato tutto da sola (quasi) un pensile del bagno nella casa nuova (a proposito il mio bagno è meraviglioso).
Non avevo mai toccato una chiave a brucola e nemmeno avevo idea che esistesse, né sapevo cosa fosse uno stopper o che ci fossero così tante misure per le punte del trapano.
Mi è capitato di vincere dei premi per delle cose che ho scritto in passato, di prendere soldi per i miei articoli o le ricerche, di ricevere complimenti, offerte interessanti, incoraggiamenti da persone che stimo e che “sanno”, ma nessuna di queste cose mi ha mai procurato una soddisfazione pari a quella di vedere appeso il mio pensile.
Pensavo di essere priva di manualità, di non avere forza sufficiente per stringere viti e bulloni o abbastanza precisione per tenere fermo un cacciavite e scoprire di poterlo fare è una piacevole sorpresa. Resto però dell’idea che in genere se uno si può risparmiare certe fatiche è sempre meglio.
Solo che mio padre sta facendo tutto da solo, non ha voluto operai in giro per casa, vuole essere sicuro che i lavori vengano fatti a regola d’arte e - tale padre tale figlia - nella sua mente lui è l’unico che può garantire questo risultato. E devo dire che lo penso anche io.
Quindi ho deciso di aiutarlo e penso che sia stato vederlo sorridere mentre m’impiccavo con la chiave a brucola a farmi piacere e anche sentirgli dire che ero stata brava per essere “la signorina TuMistufi”.
Abbiamo lavorato assieme per ore - certo nel tempo in cui lui ha montato la doccia, fissato i bastoni e i binari per le tende in quattro stanze, sistemato i cavi lungo tutto il corridoio e cambiato la serratura della porta esterna io ho solo assemblato il pensile(!) - e parlato a lungo. Ha evocato alcuni aneddoti del suo lavoro, che prima odiava e che da quando è in pensione quasi rimpiange, e mentre raccontava delineava un’epoca, un mondo intero che a me sembra così lontano: le ore in piedi davanti alle macchine, rumori assordanti, i pezzi roventi da maneggiare con cura, i tempi tecnici dei macchinari da imparare per non farsi ferire, le pause scandite dalla sirena, i turni massacranti, il cibo pessimo della mensa (da quando l’appalto era stato vinto da una ditta che si faceva pagare meno) e il panino che faceva sfrigolare sul motore della pressa per renderlo croccante e far sciogliere il formaggio, l’eternit dei capannoni, il freddo d’inverno e il caldo d’estate, le lotte sindacali, i diritti conquistati e le garanzie negate.
Lui parlava e a me veniva in mente Tuta blu di Tommaso Di Ciaula e quando siamo tornati a casa gliel’ho dato da leggere: “Che figlia intellettuale che ho. Che farai quando dovrai far funzionare la lavatrice, andrai a vedere se ci hanno scritto un libro sopra?” è stato il suo commento compiaciuto, in fondo - abbastanza in fondo - gli piace avere una figlia “che non sa fare niente, ma come parla bene…”
Non l’ha ancora finito, ma stamattina il libro era aperto su queste pagine:
“Oggi con la scusa che comincia a fare caldo hanno verniciato tutte le vetrate del soffitto. Le hanno verniciate con un brutto blu. Che nemmeno un filo di luce vergine deve arrivare agli operai. Nemmeno un filo di sole. Essi devono stare all’ombra, non debbono vedere niente, nemmeno un filo d’erba. Non parliamo di un papavero. Altrimenti questi operai impazziscono e non riusciamo più a frenarli. Io sto nel mio angolo buio buono buono, con gli occhi sbarrati, ogni tanto ridacchio, non sanno che io la primavere la sento dall’odore, ho un odorato fino io, come un cane da caccia. Sto dietro una pila di ferro che sembra un muro, la testa mi duole, un’antica nenia contadina mi affiora nel cervello, mi fa piangere. Vorrei scappare ma non posso, eppure non ci sono cani alle soglie.”
(p. 74-75, edizione “Millelire” di “Stampa Alternativa”, 1994)
Tuta blu non è un capolavoro, non è nemmeno scritto tanto bene, non c’è una struttura che sorregge la storia e a ben guardare non c’è nemmeno una storia: è una sorta di diario (scritto tra il 1975 e il 1976 e pubblicato da Feltrinelli nel 197
di un operaio trentaseienne di Modugno, alla periferia industriale di Bari arrabbiato contro il sistema - “Ci vorreste tutti idioti robot vicino alle macchine, ma noi abbiamo una testa” -, il padrone, il governo, gli altri operai che l’abbassano la testa - “Che cosa aspettiamo per mettere su queste macchinette le scimmie? (…) le scimmie in fabbrica e gli operai sugli alberi. A volte mi pare che siamo più stupidi delle scimmie” - e la civiltà dei consumi. Ma è un libro importante, per la prima volta le tute blu - la definizione viene proprio dal libro di Di Ciaula - avevano una voce che non fosse quella istituzionale e mediata dei sindacati o quella eversiva degli scioperi e dei manifestanti. Uno di loro li raccontava da vicino, ne spiegava le fatiche e i dolori, le esigenze e le speranze continuamente frustrate e conduceva il lettore nella vita quotidiana di coloro che in gran parte mandavano avanti il paese, la parte produttiva e bistrattata di una società allo sfascio.
Nel suo monologo Di Ciaula rende anche un’accorata testimonianza dei disastri ambientali provocati dalla trasformazione dalla civiltà contadina in quella industriale e descrive questo passaggio con continui rimandi alla vita dei suoi nonni e ai ricordi della sua infanzia. Un libro Tuta blu che ha anche valore di documento storico e sociale, più che letterario.
Il linguaggio è infatti scarno, essenziale, elementare a volte, ci sono ingenuità e qualche concessione di troppo all’amarcord forse - “Certe corse in bicicletta chi può scordarle mai: a gruppi per i viottoli lunari a respirare nebbia azzurra e cantavano le rane e gli uccelli notturni” - e quell’idea della lotta di classe, con gli operai tutti buoni e i padroni tutti meschini, è magari un po’ datata (solo un po’ però visto la storia recente della “Fiat” o della “Good-year” per fare qualche esempio e le vicende di dismissioni che hanno interessato vaste aree industriali del sud), ma la forza evocativa di Di Ciaula resta ancora intatta, quello slancio istintivo e vitalistico, il livore delle frasi lanciate come sentenze, la forza di chi non si è lasciato corrompere e ancora ci credeva che le cose potessero e dovessero cambiare, l’urgenza di scrivere e testimoniare, forse per non soffocare nel rancore e nell’indignazione.
All’epoca Tuta blu è stato un vero caso letterario (anche perché il valore di quello che si pubblicava in giro non era un granché) e ha fatto il giro del mondo anche in adattamenti teatrali e cinematografici, è stato tradotto in Francia, Messico, Cuba, Spagna, Unione Sovietica e Germania e poi è caduto nell’oblio fino al 2003, quando un piccole editore veneto, Zambon, non l’ha ristampato mantenendo la bella prefazione originale di Paolo Volponi e ripristinando il sottotitolo “Ire, ricordi e sogni di un operaio del sud” (Zambon editore, 138 pagine, 15,00 euro).
Per tornare a noi, non vorrei passare per quella che pensa che gli operai siano migliori di altri o che innalza l’elegia al lavoro di fatica: sia chiaro che se mi dovesse mai toccare la sfiga di svolgere un lavoro manuale so che morirei di stenti dopo una settimana: resto sempre la signorina “TuMiStufi” di mio padre.
Questo lo posto in contumacia dell’autore che è altrove a farsi le vacanze e mi ha lasciato le chiavi di casa sua. E’ stato pubblicato tempo fa su Medicine-Show (che riposi in pace) e a me piace un bel po’.
Van Dyke Parks è stato per certi versi un Walt Disney della musica pop. Nelle sue composizioni convivono da sempre nostalgia e sperimentazione, violini zuccherosi e armonie strambe, Hollywood e Marte. Nato nel 1943 ad Hattiesburg, nel Mississippi, a vent’anni scriveva testi per i Beach Boys e nel ‘66, quando produsse il primo album di Tim Buckley, era già uno della vecchia guardia. Compositore, arrangiatore, occasionalmente cantante, con quel nome che sembra un cognome ha firmato alcune tra le pagine più vivide e originali della musica americana del ‘900. Van Dyke Parks ha collaborato a una marea di dischi, mettendo per esempio lo zampino negli esordi di Randy Newman e Ry Cooder; ha suonato con i Byrds, Carly Simon e Stan Ridgway, scritto arrangiamenti vocali per i Manhattan Transfer. Persino gli U2, quando hanno avuto bisogno di un pugno d’archi in All I want is you, si sono rivolti a lui, e ne è venuto fuori un pezzo splendido, di una malvagia dolcezza.
Nei pochi dischi di inediti registrati in proprio - appena quattro nell’arco di tre decenni, contando anche Orange Crate Art, dove però a cantare era Brian Wilson - è riuscito ugualmente a togliersi più voglie di una donna incinta, combinando musical, folk, country, marcette di ottoni, sbuffi di treni in corsa e aggeggi vari. In Discover America ha celebrato i ritmi dei Caraibi, neanche fosse Harry Belafonte, poi si è inventato un concept album con protagonista un coniglio, Brer Rabbit, eroe della tradizione popolare americana - un po’ come se Morricone avesse composto un concerto grosso per Topo Gigio. Tutto con quel gusto retrò e avventuroso, impossibile da replicare per chiunque. La voce è quella che è, esile, a volte incerta, ma che importa.
Ciononostante, le cinque stelle nella musica di Van Dyke Parks hanno un nome solo: Smile, l’ex disco fantasma di Brian Wilson. La storia è arcinota: a metà degli anni ‘60, Beatles e Beach Boys si davano mazzate a suon di capolavori. Prima venne Rubber soul (il disco di Michelle, per intenderci), superato in tromba dalle magie di Pet sounds, ma Lennon & McCartney se ne uscirono subito dopo con Revolver. Fu a quel punto che Brian Wilson, leader dei Beach Boys, decise di chiudere la questione una volte per tutte e con Van Dyke Parks iniziò a lavorare a quella che avrebbe dovuto essere la sua “sinfonia adolescenziale a Dio”, Smile appunto. La leggenda dice che nello studio di registrazione di casa Wilson non si camminava sulle mattonelle, ma a piedi scalzi sopra tonnellate di autentica sabbia californiana. Purtroppo, quando i Beatles tirarono fuori dal cappello Sgt. Pepper il cervello di Brian Wilson andò in pezzi per la gelosia, e Sancho Panza Parks non potè farci nulla. I nastri di quelle sedute vennero chiusi in un cassetto, e Brian passò mezza vita in cura psichiatrica, continuando a scrivere ancora pezzi “normali” per la band e per sé stesso. Frammenti di Smile finirono in un paio di album dei Beach Boys, col tempo cominciò a girare anche qualche bootleg, ma la successione dei brani era caotica, e l’alfabeto di Smile indecifrabile. Finchè nel 2004 i due compari si sono rituffati nel progetto, e al fantasma è stato tolto il lenzuolo, scoprendo un’opera affascinante, con parti cantate che entrano ed escono da lunghe suite orchestrali, gonfia di musica e parole, eppure senza vere canzoni, se si eccettua Good vibrations. Appartiene a Brian Wilson tanto quanto a Van Dyke Parks, e se non arriva proprio alle altezze di una sinfonia a Dio, almeno a una pesca tra le stelle ci somiglia molto.
MP ha paura delle malattie, una paura insensata e tragicomica. Il dolore più lieve lo fa scattare dal medico, ma può allarmarsi anche per due linee di febbre, o un osso che scricchiola. Chiaramente, il medico è esasperato. L’ultima volta, alla fine dell’ennesimo inutile controllo, è uscito dallo studio, che non è altro che una stanza di casa sua, ed è tornato qualche minuto dopo portando con sè un piatto ovale. Dentro al piatto c’era un grosso branzino. L’ha messo sotto al naso di MP e ha sentenziato: “Tu sei così”. MP era sorpreso, il medico occupato a reggere il piatto, e si sono salutati senza stringersi la mano. MP mi racconta tutto questo con un sorriso soddisfatto: “Ha voluto farmi capire che sono sano come un pesce”. Io gli rispondo soprapensiero: “Sì, ma il pesce era morto”. Lui si rabbuia. Ci pensa su qualche secondo, poi mi guarda fisso e dice: “Però non è giusto che mi rompi i coglioni”.
Lui e lei sulla highway,
giovani innamorati,
jeans grigi di polvere, Kerouac nel cuore,
e quel filo spinato che chiamano orizzonte
non li fermerà.
Avrebbero almeno potuto
darmi un passaggio.
Ho appena letto un romanzo che ha due incipit, tre finali, e una scena mancante che può essere richiesta all’editore di New York, con tanto di indirizzo. Dove c’è un cavallo che si chiama Cavallo, un genio siciliano che si chiama Vizzini, e poi lo spadaccino spagnolo Inigo Montoya e il gigante turco Fezzik, mentre non si sa dove sia il regno il regno di Florin, nel quale si svolge la vicenda. Dove si muore avvelenati, stritolati, gettati in pasto ai serpenti, torturati dalla Macchina, ma nessuno chiede pietà e si assiste a un solo pianto, sebbene irrefrenabile. Dove il tono dominante è la malinconia, seguita dai propositi di vendetta e da un alto numero di risate. E dove un padre semianalfabeta si siede accanto al letto di un figlio cui non interessano i libri, e comincia il racconto dicendo semplicemente: “Capitolo uno. La sposa”.
Non sto cercando di demoralizzarvi, cercate di capire. Voglio dire che penso veramente che l’amore sia la cosa più bella del mondo, dopo le pasticche per la tosse. Ma devo anche dire, per l’ennesima volta, che la vita non è giusta. E’ solo più decente della morte, tutto qui.
Questa è la frase che chiude il libro, a pagina 329. Be’, io una spinta ve l’ho data. Adesso vi basta leggere le altre 328. Buon ferragosto.
La principessa sposa, di William Goldman (Marcos y Marcos, 2007)
Brutta gazza
come faccio
se mi rubi i denti d’oro
a baciar
la mia ragazza.
Qua stamattina, secondo gli esperti, avrebbe dovuto piovere. Invece nella notte s’è alzata un’aria furibonda e adesso il cielo è azzurro a perdita d’occhio. Perchè le previsioni del tempo non le chiamano previsioni del vento?