Il sorriso di Van Dyke Parks
Questo lo posto in contumacia dell’autore che è altrove a farsi le vacanze e mi ha lasciato le chiavi di casa sua. E’ stato pubblicato tempo fa su Medicine-Show (che riposi in pace) e a me piace un bel po’.
Van Dyke Parks è stato per certi versi un Walt Disney della musica pop. Nelle sue composizioni convivono da sempre nostalgia e sperimentazione, violini zuccherosi e armonie strambe, Hollywood e Marte. Nato nel 1943 ad Hattiesburg, nel Mississippi, a vent’anni scriveva testi per i Beach Boys e nel ‘66, quando produsse il primo album di Tim Buckley, era già uno della vecchia guardia. Compositore, arrangiatore, occasionalmente cantante, con quel nome che sembra un cognome ha firmato alcune tra le pagine più vivide e originali della musica americana del ‘900. Van Dyke Parks ha collaborato a una marea di dischi, mettendo per esempio lo zampino negli esordi di Randy Newman e Ry Cooder; ha suonato con i Byrds, Carly Simon e Stan Ridgway, scritto arrangiamenti vocali per i Manhattan Transfer. Persino gli U2, quando hanno avuto bisogno di un pugno d’archi in All I want is you, si sono rivolti a lui, e ne è venuto fuori un pezzo splendido, di una malvagia dolcezza.
Nei pochi dischi di inediti registrati in proprio – appena quattro nell’arco di tre decenni, contando anche Orange Crate Art, dove però a cantare era Brian Wilson – è riuscito ugualmente a togliersi più voglie di una donna incinta, combinando musical, folk, country, marcette di ottoni, sbuffi di treni in corsa e aggeggi vari. In Discover America ha celebrato i ritmi dei Caraibi, neanche fosse Harry Belafonte, poi si è inventato un concept album con protagonista un coniglio, Brer Rabbit, eroe della tradizione popolare americana – un po’ come se Morricone avesse composto un concerto grosso per Topo Gigio. Tutto con quel gusto retrò e avventuroso, impossibile da replicare per chiunque. La voce è quella che è, esile, a volte incerta, ma che importa.
Ciononostante, le cinque stelle nella musica di Van Dyke Parks hanno un nome solo: Smile, l’ex disco fantasma di Brian Wilson. La storia è arcinota: a metà degli anni ‘60, Beatles e Beach Boys si davano mazzate a suon di capolavori. Prima venne Rubber soul (il disco di Michelle, per intenderci), superato in tromba dalle magie di Pet sounds, ma Lennon & McCartney se ne uscirono subito dopo con Revolver. Fu a quel punto che Brian Wilson, leader dei Beach Boys, decise di chiudere la questione una volte per tutte e con Van Dyke Parks iniziò a lavorare a quella che avrebbe dovuto essere la sua “sinfonia adolescenziale a Dio”, Smile appunto. La leggenda dice che nello studio di registrazione di casa Wilson non si camminava sulle mattonelle, ma a piedi scalzi sopra tonnellate di autentica sabbia californiana. Purtroppo, quando i Beatles tirarono fuori dal cappello Sgt. Pepper il cervello di Brian Wilson andò in pezzi per la gelosia, e Sancho Panza Parks non potè farci nulla. I nastri di quelle sedute vennero chiusi in un cassetto, e Brian passò mezza vita in cura psichiatrica, continuando a scrivere ancora pezzi “normali” per la band e per sé stesso. Frammenti di Smile finirono in un paio di album dei Beach Boys, col tempo cominciò a girare anche qualche bootleg, ma la successione dei brani era caotica, e l’alfabeto di Smile indecifrabile. Finchè nel 2004 i due compari si sono rituffati nel progetto, e al fantasma è stato tolto il lenzuolo, scoprendo un’opera affascinante, con parti cantate che entrano ed escono da lunghe suite orchestrali, gonfia di musica e parole, eppure senza vere canzoni, se si eccettua Good vibrations. Appartiene a Brian Wilson tanto quanto a Van Dyke Parks, e se non arriva proprio alle altezze di una sinfonia a Dio, almeno a una pesca tra le stelle ci somiglia molto.