Archive for Settembre, 2007

Forse non tutti sanno che

Il 30 settembre sono nati lo scrittore Truman Capote, la bellissima donna Monica Bellucci e il pornodivo Tom Cruiso.

Il 30 settembre è morto James Dean.

La canzone 29 settembre, di Lucio Battisti, racconta una storia che succede in realtà il giorno dopo (uno speaker della radio, nell’intro, dice infatti Ieri, ventinove settembre).

Io, proprio proprio oggi, compio 44 anni (in fila per sei, col resto di due).

Gil Brewer

La bionda di Jig era diversa, almeno in parte. La sentivo ingorda e violenta e al tempo stesso cauta come se si fosse corazzata contro l’imprevisto. Naturalmente all’esterno era tutto uno splendore, quasi tutte le donne del suo genere sanno riverniciarsi a dovere e bisogna scavare un bel po’ per ritrovare, sotto sotto, la giungla primitiva.

Questo è un esempio, dal romanzo “Ricca e morta”, della prosa secca e dritta al punto di Gil Brewer. Fra tutti gli scrittori noir, il suo è il nome più ingiustamente dimenticato. Nato in Florida nel 1922 e morto sfatto e alcolizzato nel 1983, Gil Brewer, in dieci anni abbondanti di produzione ossessiva, scrisse più di trenta romanzi. Il suo esordio nel ‘51, “Satana è una donna”, fu il primo paperback negli Stati Uniti a vendere un milione di copie. Era uno degli scrittori di punta, insieme a Charles Williams, David Goodis, Day Keene, della Gold Medal, l’etichetta specializzata in crime novels da 25 centesimi e quasi altrettanti omicidi l’uno. Poi, tramontato il decennio noir per eccellenza, i lettori si disaffezionarono alle sue storie; lui tentò di sciogliere la frustrazione andando a vivere con la moglie Verlaine nel caldo della California e poi nel New Mexico, dove cominciò a bere e non smise più. Scrisse ancora qualche libro, che riuscì con fatica e solo sotto pseudonimo a pubblicare, compreso un apocrifo di Ellery Queen di poco conto, e dal 1976 nemmeno una riga. Al meglio, Gil Brewer sapeva essere essenziale e torbido nella stessa frase, e scriveva dialoghi svelti, cattivi e mai ridondanti. Naturalmente i suoi romanzi sono spesso popolati di dark ladies (be’, non tutti: per esempio in “L’assassino è in giro” i protagonisti sono un chirurgo psicopatico e una coppia di fidanzati presa in ostaggio), ma il suo interesse si concentra sugli effetti della loro presenza nella psiche degli uomini che incontrano, e questo ne fa uno scrittore diverso e più originale di molti altri del periodo. In Italia i libri di Brewer furono pubblicati nella collana del brivido di Longanesi, la parente perversa (per l’epoca) dei gialli Mondadori, ma da allora nessuno ha avuto voglia di rimetterli in circolazione. E io divento scemo a cercarli.

“Mi spiace”, disse il piccoletto, e si schiarì la gola. Fu come se qualcuno avesse sbriciolato una foglia secca tra le dita.

30 parole: Ambizioni

Ne avevo abbastanza di

racconti di trenta parole.

Volevo scrivere finalmente un romanzo epico,

smisurato,

con più personaggi

che sardine in un barile.

Un’opera gloriosa.

Rinunciai

appena in tempo.

Nillson & Garfunkel

Una è la fotografia di un uomo riccioluto e sorridente, seduto davanti al mare, con accanto un tavolino e un bicchiere; e l’altro il disegno di un’automobile con due passeggeri, uno alla guida e l’altro addormentato dietro, su uno sfondo giallo grano: sono le copertine di “Watermark”, di Art Garfunkel, e “Nilsson sings Newman”, di Harry Nilsson. Il primo, si sa, è sempre stato visto come la metà sfigata di Simon & Garfunkel. Voce delicata, aspetto slavato, da solo non ha mai combinato granchè. Non a caso le canzoni le scriveva quell’altro. Lui ci metteva giusto il controcanto, un pizzico di chitarra acustica, oltre a quel tipo di bellezza esangue che con le ragazze poteva sempre servire. Il secondo è conosciuto da noi soprattutto per una canzone, Everybody’s talkin’ - il tema del film Un uomo da marciapiede - e altrove per aver suscitato l’ammirazione dei Beatles (John Lennon se lo portò anche come pianista in tour con la Plastic band di Yoko Ono), ed essere morto d’infarto, nel sonno, dopo una vita di eccessi. L’addio alla musica l’aveva dato componendo la colonna sonora di Popeye, il film di Altman con Robin Williams/Braccio di ferro: non proprio un’uscita di scena memorabile. Insomma, due stelle minori. Eppure dentro questi dischi, tributo a due monumenti della canzone americana, Jimmy Webb e Randy Newman, ci sono meraviglie. Operazioni simili abbondano nella storia del jazz, dove si reinventa la musica altrui per statuto, ma hanno mai fatto la ricchezza del pop. Perciò “Watermark” e “Nilsson sings Newman”, sebbene registrati a sette anni di distanza, suonano come album gemelli, pieni di melodie incantevoli e con due interpreti in stato di grazia. Allora date retta, lasciatevi prendere dalla dolcezza di Watermark, che si colora di jazz con il sassofono di Paul Desmond, di folk negli arpeggi di chitarra di David Crosby, e in All my love’s laughter spiega una coda di cornamuse da far venire giù la neve a ferragosto. E dopo, salite senza paura sulla giostra del signor Nilsson. Ci si può trovare il piglio da vaudeville di Vine street; un quadretto familiare come Love story, che è una perla di sarcastica devozione (“And some nights we’ll go out dancin’/If I’m not too tired”); e I’ll be home, per voce, pianoforte e coretto soul, romanticissima (“I’ll be here to comfort you/And see you through”), che sarebbe potuta benissimo uscire dalla penna di Jimmy Webb. Così finisce che mentre uno l’ascolta non sa più se si trova davanti al mare, con un bicchiere a portata di mano, oppure in viaggio dentro una vecchia automobile polverosa, sotto un sole giallo grano.

La classe non è acqua

Bambino: “Ho insegnato a Guglielmo la lettera k”.

Maestro: “Bene. E adesso cosa ci scrivete con la lettera k?”

Bambino: “Boh. Un mucchio di cose”.

Maestro: “Tipo?”

Bambino: “Elefante”.

Vita di MP (episodio 2)

Tempo fa hanno presentato a MP un ragazzo. Non ha gambe nè braccia, e vive su una sedia a rotelle che può muovere solo con la bocca, attraverso un tubicino. Però non si compiange, va al cinema, persino ai concerti rock: un trentenne come tanti. Hanno parlato un po’, bevuto un paio di birre, e MP ne ha ricavato l’impressione di un tipo simpatico. Qualche settimana più tardi lo vediamo a una festa di piazza. MP andrebbe anche a salutarlo, ma vuole che sembri un gesto cortese, naturale, non pietistico. Mi chiede un consiglio. “Sii te stesso”, suggerisco. MP scuote lentamente la testa, i miei luoghi comuni non gli sono di aiuto. Infila i pollici nei passanti dei pantaloni e si guarda intorno, aspettando il momento buono. A un certo punto fa per incamminarsi. “Allora, come pensi di regolarti?”, gli domando. MP risponde con noncuranza: “Oh, niente di che. Vado laggiù, e quando passo davanti alla carrozzella mi giro e dico Ehi, come va? Non ti avevo riconosciuto“.

30 parole: Racconto criminale

“Entri nel confessionale.

Quelli arrivano, con la mascalzonata sulla coscienza.

Gliela fai sputare,

e li ripaghi con un malloppo di paternoster.

Intesi?

E adesso lasciami finire

di leggere questo giallo”.

Aki Kaurismäki

di Peter von Bagh (Isbn Edizioni, 2007)

Il sottotitolo è: “Dialogo sul cinema, la vita, la vodka”. In effetti in queste conversazioni con Peter von Bagh la vodka viene nominata solo di striscio, anche se c’è un capitolo dedicato al consumo di acquavite dei finlandesi; mentre la vita, secondo Kaurismäki, sta almeno due o tre gradini sotto i film (“Il cinema è indispensabile, non la vita. Il mondo merita forse di essere salvato per qualche altro motivo che non sia il cinema?”). Ciononostante il libro è bellissimo, e non gli manca niente. Aki Kaurismäki è finlandese, ha 50 anni. Gira film di solito brevi, nei quali si parla poco e dove sono bandite le scene madri (“Non ho mai voluto dare pubblicamente indicazioni agli attori. L’unico principio inderogabile che ho è che quando qualcuno si mette visibilmente a recitare io do lo stop immediatamente”). I protagonisti di Kaurismäki sono quasi sempre dei perdenti: disoccupati, meccanici, camerieri, spazzini, spesso dotati di una laconica forza d’animo e di un funereo senso dell’umorismo. In un suo film tutti i personaggi, una dozzina, si chiamano Frank, e vi si racconta il loro viaggio, ovviamente accidentato, da un quartiere a un altro di Helsinki; in un altro è descritta la vita parigina di tre bohèmien. Ma ha girato anche un noir muto (Juha) e adattamenti da Dostojevski (Delitto e castigo) e Shakespeare (Amleto si mette in affari). Qui Peter von Bagh li analizza uno per uno, fa osservazioni, chiede, e le risposte del regista sul suo mestiere sono non di rado fulminanti (“La cosa più naturale, per me, è un personaggio davanti a un muro. O, meglio ancora, soltanto un muro”; oppure: “Un personaggio che non ha alcun problema è come una foglia che non si agita al vento”). Chi ha familiarità con i film di Kaurismäki troverà una miriade di spunti per capirli meglio, ma chi non lo conosce è favorito, perchè non potrà che restare affascinato dalla sua surreale lucidità.

ps. Nel giugno del 1993 la band prediletta di Kaurismäki, i Leningrad Cowboys, tenne un concerto insieme al coro dell’Armata rossa nella piazza del senato di Helsinki, davanti a 70.000 persone “vacillanti di felicità”. Kaurismäki filmò l’evento. E questo video, davanti al quale non si sa bene se ridere o commuoversi, è per me lo specchio perfetto di quel che il suo cinema riesce a comunicare.

Dead man drinking

Ogni venerdì, ormai da anni, la prima bevuta della sera con gli amici è un brindisi in memoria dei defunti eccellenti della settimana. Una specie di coccodrillo alcolico. Naturalmente non beviamo così, alla carlona; dove è possibile si usa un po’ di criterio. Ad esempio, quando se ne andò la regina madre d’Inghilterra prendemmo un doppio gin (che la vegliarda, secondo leggenda, si scolava tutte le mattine prima del caffelatte). Oppure, ancora più facile, un bicchierino di vodka per Boris Eltsin. Subito dopo l’uragano Katrina si era sparsa la voce che Fats Domino fosse tra le vittime, ed eravamo pronti a ingoiare un New Orleans (cocktail a base di rum, più succo d’arancia e di limone); poi, grazie al cielo, il vecchio Fats riemerse dal fango. Ci sono anche periodi in cui tutti scoppiano di salute, ma una palla in canna l’abbiamo sempre. Per dire, due settimane fa era il cinquantesimo anniversario della morte di Oliver Hardy, e abbiamo fatto volentieri il pieno.

New economy

Un deputato della Repubblica, di cui non ricordo il nome e tantomeno il partito - ma in fondo, che importa? - intervenendo sulla questione lavavetri e allargando meravigliosamente il discorso, ha dichiarato che da statistiche in suo possesso un barbone medio guadagna circa 2000 euro al mese. Cosa dire? Davanti al genio, non c’è che da scappellarsi (tra l’altro, questo significa che un barbone di fascia alta, non per vantarsi, ma può arrivare anche a 3000, 3.500. Son cose che fanno - mediamente - riflettere).