Archive for Novembre, 2007

30 parole: Giacenze

All’ufficio oggetti smarriti lo bloccò

un’impiegata intinta nel curaro,

che grinzosamente affermò

di dover chiudere.

Uscendo soprappensiero, si domandò

chi accidenti poteva aver trovato

un essere tanto scortese.

La vita è un film? *

Dal primo film che ho visto (”Lo chiamavano Trinità”, in una saletta parrocchiale, con il prete che alla fine ha purificato l’aria con l’incenso), devo essere andato al cinema non meno di quattromila volte. E’ un dato che mi impressiona. Solo che quando penso a un film, mi viene sempre in mente qualcos’altro. Dov’ero con la testa mentre sullo schermo ne succedevano di tutti i colori? Ricordo per esempio che piangevo come una madonna dopo “La signora della porta accanto”; e che ho baciato una ragazza più grande di me nella sala dove davano “Il tempo delle mele” (mi ci aveva portato lei, sostenendo che andava bene per quelli della mia età. Uno smacco). Ricordo anche che il biglietto per “C’era una volta in America” costava il doppio del normale, perchè il film era due volte più lungo degli altri, il che aveva provocato scandalizzate proteste alla cassa, e persino qualche dietro front. Oppure, sei volte sono entrato a vedere “1997: fuga da New York”, l’ultima delle quali di soppiatto, mentre la cassiera era girata a rifarsi il trucco; e due sono uscito per noia a metà della proiezione - i film erano “La cicala” e “Io sono mia”. Ho visto “Forrest Gump” alle 8 del mattino, con i pantaloni fradici per la pioggia che durante la notte era entrata nella tenda dove ero accampato, al Lido di Venezia. Invece molti anni prima, nell’intervallo di “Zombie”, un tizio grande e grosso aveva minacciato me e i miei amici di farci volare giù dalla balconata se non la smettevamo di buttare in platea i gusci delle noccioline. Eccetera, eccetera.

Insomma, uno si costruisce con pazienza una cultura cinematografica, e quel che gli rimane sono le storie fuori dallo schermo. Che delusione.

* grazie a Seia per il titolo

Memento

Ieri ho aperto un cassetto pieno di vecchie carte, e rovistando per bene è saltato fuori che mi aspettano a un compleanno. L’avevo dimenticato. Sembra però che sia ancora in tempo.

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30 parole: Abstract

Scrisse un racconto di sei parole.

Lo rilesse con dieci.

Dopo quattordici fu pubblicato,

e nel giro di ventuno divenne celebre.

In venticinque, misteriosamente, scomparve.

Dicono che morì a trenta.

Quel che resta di un post

Norman Mailer (1923-2007)

Per un bel pezzo Norman Mailer ha mantenuto un’aria da duro. Negli ultimi anni invece sembrava uno gnomo invecchiato. A me piaceva con tutte e due le espressioni. Di lui so che era un intellettuale rompiscatole, che beveva, fumava e andava a donne. So che una volta si candidò a sindaco di New York, che un’altra volta fu arrestato per aver accoltellato la moglie. E che nel ‘74 andò a Kinshasa, in Zaire, e raccontò il match di pugilato Alì-Foreman con un piglio da guerra di Troia. Ma soprattutto, è suo il primo libro che ho letto portandomelo dietro ovunque, come un cagnolino, finchè non sono arrivato alla fine. Era “Il canto del boia”, con cui vinse il Pulitzer nel 1979. Un affare di un migliaio di pagine, ma impossibile da metter giù. In un certo senso, con Mailer ho scoperto la potenza della letteratura. Perciò, caro Norman, queste undici righe te le dovevo proprio.

30 parole: Il mestiere più antico del mondo

L’aveva accolta in casa come una figlia,

con infinita condiscendenza

per i capricci,

le giornate intere a baloccarsi,

i weekend con certi ragazzoni.

E adesso quella

pretendeva il divorzio.

Vita di MP (episodio 3)

Davanti a un bicchiere di sangiovese, MP si lascia andare ai ricordi di famiglia. Suo padre che nella primavera del ‘44, poco più che un bambino, saliva e scendeva senza paura dai carri dei soldati come fossero delle giostre. MP dice che dove abitava allora il padre c’erano soprattutto soldati indiani (”indiani dell’India”, precisa). O quando proprio lui, MP, fu bocciato due volte a catechismo, e per fargli prendere la prima comunione sua madre dovette implorare in ginocchio il prete, un uomo arcigno, ma in fondo di buon cuore. La moglie di MP, incoraggiata dal flusso dei racconti, porta sulla tavola un vecchio album di fotografie. Ci sono loro due ragazzini, con il sole negli occhi, e già quasi fidanzati - si conoscono da tanto di quel tempo. MP dice “Eri la più bella di tutte”. La moglie si schermisce e fa una piccola giravolta, come per riandare magicamente al passato. E’ un momento di una tenerezza che disarma. MP la guarda uscire dalla cucina, poi china il capo verso le fotografie.

“Il tempo è devastante”, sussurra roco.

30 parole: Sacco pieno sacco vuoto

Chiamatelo stato di grazia.

Lo splendido sole a illuminarmi il Rolex.

La boccuccia in fiore della segretaria.

Sguardo rapace, in attesa del cliente.

Se non mi licenziano,

spaccavo il mondo.

Re minore

Quando Dino Sarti era Dino Sarti, 50mila persone andavano a sentirlo cantare e raccontare storie in Piazza Maggiore a Bologna, la vigilia di ogni ferragosto. Io ero un ragazzino, l’avevo visto un paio di volte in televisione atteggiarsi come un capopopolo sul palco, e non mi piaceva. Mi sembrava un piccolo sbruffone, con la camicia troppo sbottonata e lo sguardo da tartaruga. Mio padre diceva che era un artista, ma secondo lui ai Sex Pistols avrebbero dovuto togliere i diritti civili, quindi non poteva intendersene. Sbagliavo naturalmente, ma ho cominciato a capirlo più di vent’anni dopo, quando in cantina, dietro dei volumi di un’enciclopedia medica, ho trovato un suo libro, Il tango è imbecille?, e l’ho letto in un giorno ridendo come un matto.

Un giorno incontro Ballandi, il mio impresario… e mi dice: - senti Sarti, stai attraversando un buon momento, i gestori dei locali dicono che fai guadagnare… però, scusa la franchezza, debbo dirti che per essere un artista ti vesti in modo anonimo, cravatta, giacca, camicia bianca, potresti essere scambiato benissimo per uno qualsiasi, e invece ti si deve riconoscere subito. Sai chi è quello lì? è Dino Sarti, quello del tango imbezèl! Vestiti in un altro modo, di tela, di gins! ci vuole della tela per riuscire in palcoscenico!… Dalla, Venditti, De Gregori, Baglioni, Cocciante, Battisti, li hai mai visti in cravatta e con dei pantaloni normali? cosa credi, che non abbiano i soldi per comprarseli? Caro Dino, se non ti metti in gins non andrai mai nei dischi caldi. in hit parèid poi neanche a parlarne. Ciao Sarti, ci vediamo giovedì sera al Chivi di Piumazzo, pensa a quello che ti ho detto. Pensaci seriamente.

Dopo ho ascoltato le canzoni, leggere e swinganti e anche quelle con il gusto della chiacchiera di paese: “Spomèti”, l’operaio del tornio che la sera, imbrillantinato e sicuro del fatto suo (”elegantissimo, basetta lunga, ricciolo pigro sul coppino”), fa voltare tutte le donne; “Viale Ceccarini”, la dolce vita romagnola concentrata nei duecento metri della strada più famosa di Riccione; “I love you cucombra”, “La donna in estate”, “A vagh a Neviòrk”. Ma Sarti non la buttava sempre in burla. Se uno sente “I vic”, versione in dialetto bolognese di “Les vieux” di Jacques Brel, e non gli scappano due lacrime, è inutile che porti gli occhi. Provinciale com’era - e con vanto - arrivò a suonare persino in Iran, davanti allo Scià.

Dino Sarti è morto nel febbraio di quest’anno; era malato da tempo e sembra che anche a soldi non se la passasse tanto bene. Di lui Zavattini scrisse che aveva “gli occhi color coglione, cioè di un colore che hanno solo i poeti”.