Un capodanno
Sarà stato l’82, ‘83 al massimo. Ero giovane e cretino, e anche il mio amico non scherzava. Passare il capodanno a Venezia ci sembrava un’idea esotica. Così partimmo nel tardo pomeriggio del 31 dicembre con la sua Opel color aragosta, destinazione piazza San Marco. Dopo un po’, sulla Romea caricammo un autostoppista: un tipo magro, silenzioso e giù di giri. Io avevo cominciato a smanettare con la radio ad alto volume, cambiando frequenza ogni tre secondi, finchè a un certo punto l’autostoppista si sporse dal sedile di dietro, mi posò una mano sulla spalla e disse: “Non ti va bene un cazzo, eh?”. Poi parve addormentarsi, ma di tanto in tanto dava un tiro alla sigaretta. Si rianimò un paio d’ore dopo, nel parcheggio di Mestre, e quando ci separammo ci abbracciò come fratelli. Arrivammo in piazza San Marco verso le nove. La circumnavigammo, fermandoci a prendere un aperitivo in tutti i bar. Svuotammo rapidamente i portafogli. Fuori faceva un freddo cane. Nessuno ci avvicinò per invitarci a una festa in qualche superattico. La città ci stava sabotando. Quando in mezzo alla calca scorgemmo il nostro autostoppista, che rollava una canna in compagnia di due splendide ragazze punk, capimmo di dover tornare a casa. Festeggiammo la mezzanotte in macchina con il segnale orario della radio, e all’una e mezza eravamo davanti a una discoteca, pochi chilometri dal punto in cui eravamo partiti. Mentre aspettavamo di entrare, ultimi della fila, il mio amico pestò i piedi a terra per scaldarsi e mi disse: “Comunque, Venezia la facevo con più piccioni”.
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