Archive for Gennaio, 2008

Comunichèscion

La linea telefonica dà dei problemi. C’è un rumore di fondo continuo, i messaggi non vengono registrati, eccetera. Chiamo il 187 e mi spiegano subito i perchè e i percome. C’entrano i cavi, mi sembra. Volano paroloni, non capisco quasi niente, ma mi fido. “Le mandiamo due tecnici entro quarantottore”. Due, addirittura. Sono tranquillo. Il giorno dopo torno a casa all’ora di pranzo e trovo un biglietto nella buca delle lettere. I tecnici sono passati, ma non c’era nessuno. Il biglietto è scritto a mano, con grafìa sicura. Dice:

Siamo del telefono. Vegnamo oggi alle ore 15. In poi.

Tra dire e fare

Sapevamo che non avremmo potuto muoverci prima di un paio di giorni. La tempesta aveva danneggiato gli strumenti di bordo e inclinato l’albero maestro, e ci aveva fatto dannare per riuscire a mantenere una rotta decente. Eravamo tutti molto stanchi e arrabbiati. Seduto, con il vento che mi pungeva le guance, mi guardai intorno. Pesci grandi e piccoli erano stati scagliati sul ponte e splendevano nel sole come pezzi di alluminio. Un barile rotolava senza sosta, mosso dal beccheggio. Avrei voluto infilare la nave in una bottiglia e prendere il mare al più presto. Ma non ero un padreterno di scrittore alla fine di un racconto, così mi alzai e aiutai gli altri a ripulire.

30 parole: La bellezza passa

“Quel giovanotto”,

dice lei entrando a teatro.

“Che ha fatto?”, dico.

“Fissa la scollatura”, dice.

“Embè?”, dico.

“Vuole rubarmi il filo di perle”, dice stizzita.

“Ah”, dico,

con rimpianto, però.

Chez Matto

Una volta si andava a mangiare dal Matto. Il Matto era anziano, piccolo di statura, e maleducatissimo con chiunque. Noi immaginavamo che lo fosse per contratto, ma di sicuro lo era anche per indole. Specialmente con le ragazze. Si sedeva accanto a loro, ne annusava i capelli, faceva dei sorrisi che tutto erano fuorchè sorrisi. Per dire, era capace, portando il pane in tavola, di mimare un cunnilingus con il cestino e andarsene estasiato dopo aver distribuito le fette una ad una. Oggi, nei ristoranti, se càpitano delle celebrità il padrone si fa fotografare, mano sulla spalla come un vecchio amico, e appende la foto dalle parti della macchina espresso, che la vedano bene tutti. Dal Matto, raccontavano che una sera si era fermata la cantante Mina, nello splendore dei suoi quarant’anni, fuggendone scandalizzata pochi minuti dopo. Al momento di ordinare la cena, il Matto le aveva proposto una cosa veloce, da consumarsi nel retro. Magari era una leggenda.

Il Matto è morto da un pezzo. L’ultima volta che ho sentito parlare del ristorante, era passato al figlio. Ma a quanto dicevano aveva dato un giro di vite agli insulti, e la fatica di andarci soltanto per mangiare non la faceva più nessuno.

Rien ne va plus

Ho un debole per i finali dei romanzi. Voglio dire proprio le ultimissime righe, quelle che non servono a sciogliere i nodi della trama, né a svelare misteri, se ce n’erano. Li preferisco agli incipit, perché non devono persuadermi ad andare avanti a leggere. Ormai quel che è stato è stato, non c’è bisogno di trucchi. Sono, per farla breve, delle parole a perdere. Eppure, loro malgrado, spesso riassumono in modo esemplare il tono di un libro. Capisco che non è sensato cominciare a sfogliare un romanzo dall’ultimo capoverso, nemmeno io ci provo, ma sono convinto che così ci si risparmierebbe più di una delusione. Detto ciò, il miglior finale che abbia mai letto è senz’altro quello di “Addio, mia amata”, di Raymond Chandler:

Scesi in strada e uscii sul marciapiede del Municipio. Era una giornata fresca e limpida. Si riusciva a vedere lontano, lontanissimo. Ma Velma era andata molto più lontano.

Oppure, è una bellezza la fine di “Agata e Pietra Nera”, di Ursula K. Le Guin:

Agitò la mano al di là del vetro sporco mentre il treno si muoveva. Non feci il numero dello scimmione. Stetti lì e feci il numero dell’umano, meglio che potei.

E poi, va be’, ho sempre trovato incantevoli le ultime righe di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, di Enrico Brizzi:

Ma sì, ma sì, lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre. Se ha gli occhi un pochino lustri, è per via che il vecchio Alex, quando fila così come il vento *

* Io lo so che questa, il mio censore di riferimento non me la farà passare liscia.

30 parole: Noi duri

Roma. A una festa mascherata, Miss Bergman

confessa a Mr. Bogart di non amarlo più.

Sigaretta appesa alle labbra,

lui sorride sprezzante.

Più tardi piangerà, ascoltando

una canzone di Venditti.

Bad day - La Conclusione

Qui la prima puntata. Com’è andata a finire? E’ andata a finire che la Vespa era irreparabile, così sono entrato con tutte le scarpe nella modernità e adesso ne ho un’altra.

Certo, per capire come si mette in moto ho dovuto chiedere.

Vetrofania, tutte le feste si porta via

Quando ero un bambino, a casa mia il presepe cominciava nel bagno e terminava in cucina, dopo aver attraversato ogni stanza. Non avevamo statuine, ma delle silhouette plastificate che si incollavano col fiato ai vetri delle finestre. I Re Magi partivano da lontano, accanto allo sciacquone, e ogni due o tre giorni mia madre li spostava di quel tanto, per dare l’idea del viaggio. Le pecore pascolavano ovviamente quasi tutte nelle camere da letto, mentre pastori e pellegrini vari venivano sistemati, a seconda del peso dei doni, più o meno vicini alla capanna. E comunque, la mattina del 6 gennaio, chiunque veniva scalzato a favore di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, con un atto d’imperio che a me pareva veramente spudorato. Poi, col tempo, alcuni personaggi si sono rotti o consumati, altri sono andati persi, finchè mia madre si convinse che un presepe che riempiva solo tre ante non aveva ragione di esistere e lo sostituì con uno piccolo, prefabbricato e un po’ triste. Quanto a me, per tutti quegli anni non ho fatto che domandarmi quale ruolo avesse la Befana nella vicenda.

30 parole: Vita nuova

Nascere era nulla,

poi rimuginavi per l’eternità seguente

di notti senza sonno né risposte,

la filosofia, le stelle,

nessuno spiegava perché

piangesse tanto,

la tua bambina di nove giorni.