Ho un debole per i finali dei romanzi. Voglio dire proprio le ultimissime righe, quelle che non servono a sciogliere i nodi della trama, né a svelare misteri, se ce n’erano. Li preferisco agli incipit, perché non devono persuadermi ad andare avanti a leggere. Ormai quel che è stato è stato, non c’è bisogno di trucchi. Sono, per farla breve, delle parole a perdere. Eppure, loro malgrado, spesso riassumono in modo esemplare il tono di un libro. Capisco che non è sensato cominciare a sfogliare un romanzo dall’ultimo capoverso, nemmeno io ci provo, ma sono convinto che così ci si risparmierebbe più di una delusione. Detto ciò, il miglior finale che abbia mai letto è senz’altro quello di “Addio, mia amata”, di Raymond Chandler:
Scesi in strada e uscii sul marciapiede del Municipio. Era una giornata fresca e limpida. Si riusciva a vedere lontano, lontanissimo. Ma Velma era andata molto più lontano.
Oppure, è una bellezza la fine di “Agata e Pietra Nera”, di Ursula K. Le Guin:
Agitò la mano al di là del vetro sporco mentre il treno si muoveva. Non feci il numero dello scimmione. Stetti lì e feci il numero dell’umano, meglio che potei.
E poi, va be’, ho sempre trovato incantevoli le ultime righe di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, di Enrico Brizzi:
Ma sì, ma sì, lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre. Se ha gli occhi un pochino lustri, è per via che il vecchio Alex, quando fila così come il vento *
* Io lo so che questa, il mio censore di riferimento non me la farà passare liscia.