Luoghi arcani
Maestro: “Forte questa pappona di pongo”.
Bambina: “E’ un’isola”.
Maestro: “Uh. Molto somigliante. Perchè, tu sai cos’è un isola?”
Bambina: “Ma sì. E’ dove i pirati vanno a nascondere le caramelle”.
Maestro: “Forte questa pappona di pongo”.
Bambina: “E’ un’isola”.
Maestro: “Uh. Molto somigliante. Perchè, tu sai cos’è un isola?”
Bambina: “Ma sì. E’ dove i pirati vanno a nascondere le caramelle”.
Mio padre apparve una notte,
in smoking e cilindro,
sussurrandomi dei numeri all’orecchio.
Io ero mezzo nudo, confuso,
un po’ mi vergognai.
Esorcizzava la paura di morire,
quel matto.
Qualche settimana fa MP ha preso il treno per Bologna. Andava a far visita a certi parenti. MP non è un osservatore di panorami, e nemmeno uno dalla chiacchiera facile. Ha trovato uno scompartimento vuoto e, con il basco calato sulla fronte, si è messo a pensare ai fatti suoi. Poco prima della stazione di Castel S. Pietro è entrato nello scompartimento un ragazzo, magro e trafelato, che gli ha chiesto seduta stante venti euro. Gli servivano, ha detto, a comprare delle medicine per una grave malattia che lo stava portando alla tomba. MP, pur sbalordito, ha avuto la presenza di spirito di contrattare e alla fine ne ha tirati fuori quindici. Poi ha calato di nuovo il basco ed è tornato a guardarsi le scarpe.
“Mi ha fregato, vero?”, vuole sapere da me.
“Penso di sì”.
“Non ha neanche specificato la malattia”.
“Eh”.
MP ha la capacità di riflettere con lucidità sui suoi sbagli, finchè non gli appaiono più tali.
“Be’, sai cosa ti dico? Meglio un ladro in salute, che una persona onesta al cimitero”.
Sotto i portici, nel centro di Forlì, qualche giorno fa ho visto seduto per terra un mendicante. Non più giovane, con i vestiti impolverati, la barba incolta e un cappello a fianco. Tutto l’armamentario insomma. Per essere sinceri non aveva l’aria particolarmente afflitta. Strimpellava qualcosa su una chitarra che aveva visto momenti migliori, e nel cartello che teneva fermo con la punta delle scarpe, in sgargiante vernice rossa, c’era questo avviso: Solo per oggi.
La nave si inabissava rapidamente.
Un bacio ancora,
nient’altro importava.
“Ti amo”.
“Anch’io”.
Non si sarebbero più lasciati.
Ma qualcuno captò l’esseoesse.
Il divorzio tardò pochi anni.
Quelli di D-Mail, se non esistessero, mi sarei perso qualcosa. Dal giorno che ho comprato il loro pratico appendiscope in caucciù mi spediscono un catalogo nuovo tutti i mesi, e riescono sempre a sollevarmi lo spirito. Bisogna starci un po’ attenti, ma in mezzo alla borghesità discreta di radiosveglie, sedie pieghevoli o tagliaverdure elettrici si trovano oggetti indimenticabili, normalmente a cavallo fra la boiata e il colpo di genio. Tempo fa ricordo che proponevano una confezione di piccoli imbuti ergonomici, per le donne che volevano/dovevano fare la pipì in piedi. Sia come sia, anche il catalogo di febbraio dà le sue soddisfazioni. Per esempio ci sono la coperta plaid con taschino per telecomandi, la carta igienica sudoku, oppure il posacenere che tossisce, e la racchetta fulmina-insetti. Ma il pezzo forte è così descritto:
Chi diventerà lo sceriffo del telecomando indossando la tanto ambita stella? Questa pistola cambia canali diventerà l’oggetto più ricercato dai familiari e dagli amici che verranno a trovarvi! Tutti vorranno premere il grilletto, cambiare canale e soffiare sulla canna! Identica a quelle usate dagli sceriffi nei film western, quando si “spara” viene emesso anche il classico sonoro dello sparo.
Sarebbe questa.
Il vento mi piega da cinque minuti buoni.
Io sbuffo,
ondeggio le braccia secche,
scuoto i ricci lanuginosi capelli;
ma è difficile essere notati,
facendo l’albero
nella recita scolastica.
Verso i dodici, tredici anni, io e un mio amico mettemmo su un’agenzia investigativa. Si chiamava il Club dei Due. Il mio amico, più grande e grosso di me, faceva il capo. Eravamo come Nero Wolfe e Archie Goodwin. Non durò molto, ma riuscimmo comunque a occuparci di un paio di misteri: il mistero della casa disabitata e della chiave sepolta, su cui magari tornerò in un’altra occasione; e il mistero dell’uomo che scriveva cartoline appoggiato al cofano dell’auto. Quella volta era un pomeriggio d’estate, le strade vuote ai quattro punti cardinali, si sentivano le mosche volare. Noi scalciavamo l’aria seduti su un muretto. A un certo punto il mio amico disse: “Quel tizio là non mi convince. Ha un mucchio di cartoline. Non siamo mica a New York”. “Lo penso anch’io”, annuii. “Dai, va’ a scoprire cosa nasconde”. Saltai giù e ci andai, e con noncuranza le provai un po’ tutte. Allungai lo sguardo, mi misi di sbieco, feci dei saltelli. Finchè l’uomo, che era in maniche di camicia e aveva la giacca buttata su una spalla, si voltò e mi disse con un sorriso aperto: “Vuoi vedere cosa scrivo?” Non credevo a tanta fortuna. “Sì”, risposi subito. Be’, venne fuori che nelle cartoline c’erano dei saluti qualunque. Feci un cenno al mio amico, che aveva assistito alla scena e si avvicinò col muso lungo. “Già che ci siete”, disse l’uomo, “perchè non andate a comprarmi i francobolli?” La tabaccheria era vicina, si vedeva a occhio nudo. Lo accontentammo, e prima di andarsene lui ci ringraziò con una bella mancia.
A parer mio avevamo risolto il caso, e ci avevano anche pagato. Il mio amico invece disse che avevo rovinato tutto. Litigammo, e fu la fine del Club dei Due.