Aveva mani svelte, e seppe usarle.
Suonò il pianoforte,
operò da chirurgo,
barò a poker.
Ricercato, fuggì in autostop.
Nessuno lo vide più,
svanì nell’aria,
come un’ombra cinese.
Aveva mani svelte, e seppe usarle.
Suonò il pianoforte,
operò da chirurgo,
barò a poker.
Ricercato, fuggì in autostop.
Nessuno lo vide più,
svanì nell’aria,
come un’ombra cinese.
Siamo infuriati.
Io grido mulinando le braccia.
Lei, isterica, squittisce il suo odio.
Ma il taxi aspetta sotto casa.
Infiliamo i costumi
da orso e topolino,
ci avviamo alla festa.
In aula il procuratore
dal losco charme e infernale abilità
interrogava il piagnucolante imputato.
Tra il pubblico
un giovane ambizioso avvocatuccio ghignava,
sicuro del fatto suo
nel buio del cinema.
Passò in un baleno la vita:
il primo bacio,
quel viaggio a Londra,
le sbronze con gli amici,
il giorno del matrimonio.
Fu allora
che il fottuto paracadute si aprì.
La ragazza lasciò squillare
a lungo il telefono
senza rispondere,
immaginandosi il viso allarmato
e le labbra secche
del fidanzatino,
sapeva di essere crudele,
ma era più forte di lei.
Rincasò tardi,
col rossetto storto sulla guancia
e una birra in pugno.
Voleva buttar giù qualcosa alla Bukowski.
Scrisse invece alla madre
di stirargli la camicia,
in ufficio ci tenevano.
Andava e tornava dal lavoro.
Niente donne,
in casa buongiorno, buonasera,
e stop.
Ma uno scrittore ce l’aveva con lui.
E un mattino si svegliò
trasformato in un insetto.
Ascoltò i grandi del jazz,
Parker, Cannonball, Coltrane,
senza trovare il coraggio
di soffiare una nota,
dal suo sassofono.
Quando il cuore fece bop
fu la prima, e l’ultima.
Il ragazzo corteggiava con insistenza la donna sposata,
lanciandole acerbe occhiate,
scrivendo lettere fanciullesche,
chiamandola con puerile audacia sotto casa.
Il marito, accortosi di tutto,
infantilmente
gli ruppe il naso.
Passo indifferente la cornetta
da un orecchio all’altro,
come una scimmia tra due liane,
poi mia moglie risponde:
non concederà il divorzio.
“Va bene, Jane”, mormoro rassegnato,
inutile gridare.