Archive for the 'Cinema' Category

Il rock ti dà lo shock

Oh be’, sono andato a vedere Shine a light, il film di Scorsese sui Rolling Stones. Già il trailer prometteva, però mi dicevo, è facile tenere la botta per tre minuti, voglio vedere come ti riduci dopo due ore di concerto. Alla fine ero più stanco io, che per tutto il tempo avevo battuto il ritmo col piede e seminato riff in poltrona tra il pollice e l’indice (sono uno, va detto, che se parla al telefono e intanto accavalla una gamba gli viene il fiato corto). Invece, questi Stones, chi li ferma? Charlie Watts era il solito smagliante fantasma dietro la batteria, Ron Wood e Keith Richards sembravano i chitarristi di San Quintino; e Mick Jagger, sarà anche nonno, sarà un paraculo, ma bisogna essere capaci, a essere nonni paraculi e Mick Jagger contemporaneamente. E poi, tra un pugno di canzoni e l’altro, c’erano i vecchi spezzoni di interviste, da cui si capiva bene che rockstar si nasce (a Keith Richards: “Qual è l’ultima cosa che fai prima di salire sul palco?” “Mi sveglio”). Voto 8+

ps. Dopo un tale spettacolo, fuori dal cinema mi sentivo così ribelle senza causa che ho attraversato le strisce pedonali col rosso (con calma eh, che non arrivava nessuno).

Oi regaloi

“Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte”. Così scriveva Truffaut, immaginando probabilmente una vita in vacanza perpetua. Qua le feste arrivano e passano in un lampo, e la lista è più breve.

1 film: “The incredible shrinking man, di Jack Arnold. Dal romanzo “Tre millimetri al giorno” di Richard Matheson. La storia di un uomo che comincia a rimpicciolire senza scampo, diventando poco a poco un nano imbarazzante per la famiglia, poi un diversivo per gatti, poi una preda per gli insetti, poi… Il film è del 1957, quindi gli effetti speciali fanno tenerezza, ma il risultato è ugualmente struggente, e l’angoscia palpabile. Mai uscito da noi in dvd, eppure nell’edizione inglese, vai a sapere perchè, c’è anche il doppiaggio italiano.

1 libro: “Conversazioni con Billy Wilder”. Costa un Perù, ma vale fino all’ultimo centesimo. Cameron Crowe (il regista di Jerry Maguire e Almost famous) a colloquio con un re del cinema. La curiosità di Crowe è insaziabile. Wilder fa finta di essere un po’ scocciato, invece le racconta tutte su mezzo secolo di lavoro a Hollywood, ed è spietatamente divertente. Poi decide di fare il sentimentale, e allora scioglie i sassi: “Audrey mi ha fatto cambiare idea sul matrimonio. Sono molto contento di averla sposata. Specie ora, che ho superato i novant’anni. Sa, è come un bel lieto fine”.

1 disco: “Sufjan Stevens presents Songs for Christmas”. Cofanetto con 42 canzoni di Natale in 5 cd, divise tra originali e classici reinterpretati (alcuni anche più di una volta), e miniposter della famiglia Stevens accanto all’albero e a un Babbo Natale gonfiabile. Dolce e melodioso, con qualche coretto storto per non far troppo la figura dei pezzi di pane. Ma tanto Sufjan Stevens, più fa dischi, più bisogna dirgli bravo.

La vita è un film? *

Dal primo film che ho visto (”Lo chiamavano Trinità”, in una saletta parrocchiale, con il prete che alla fine ha purificato l’aria con l’incenso), devo essere andato al cinema non meno di quattromila volte. E’ un dato che mi impressiona. Solo che quando penso a un film, mi viene sempre in mente qualcos’altro. Dov’ero con la testa mentre sullo schermo ne succedevano di tutti i colori? Ricordo per esempio che piangevo come una madonna dopo “La signora della porta accanto”; e che ho baciato una ragazza più grande di me nella sala dove davano “Il tempo delle mele” (mi ci aveva portato lei, sostenendo che andava bene per quelli della mia età. Uno smacco). Ricordo anche che il biglietto per “C’era una volta in America” costava il doppio del normale, perchè il film era due volte più lungo degli altri, il che aveva provocato scandalizzate proteste alla cassa, e persino qualche dietro front. Oppure, sei volte sono entrato a vedere “1997: fuga da New York”, l’ultima delle quali di soppiatto, mentre la cassiera era girata a rifarsi il trucco; e due sono uscito per noia a metà della proiezione - i film erano “La cicala” e “Io sono mia”. Ho visto “Forrest Gump” alle 8 del mattino, con i pantaloni fradici per la pioggia che durante la notte era entrata nella tenda dove ero accampato, al Lido di Venezia. Invece molti anni prima, nell’intervallo di “Zombie”, un tizio grande e grosso aveva minacciato me e i miei amici di farci volare giù dalla balconata se non la smettevamo di buttare in platea i gusci delle noccioline. Eccetera, eccetera.

Insomma, uno si costruisce con pazienza una cultura cinematografica, e quel che gli rimane sono le storie fuori dallo schermo. Che delusione.

* grazie a Seia per il titolo

Un amico, un certo Ego

Da Seia si parla di stroncature, di chi se la lega al dito e poi di chi se la lega al dito, ma con ironia. In proposito Raymond Chandler, che a differenza di Philip Marlowe non sapeva stare al mondo, in una delle sue lettere scrive “Qualsiasi cosa uno faccia, gli arrivano mazzate sulla testa, e generalmente sulla parte scoperta”. Comunque, va bene Eco, va bene Stacchia, al limite va bene anche Babsi Jones, ma le parole definitive sull’argomento, secondo me, le ha pronunciate Anton Ego, l’inquietante critico gastronomico nel film più bello del 2007, cioè Ratatouille. Ah, le cinèma.

Aki Kaurismäki

di Peter von Bagh (Isbn Edizioni, 2007)

Il sottotitolo è: “Dialogo sul cinema, la vita, la vodka”. In effetti in queste conversazioni con Peter von Bagh la vodka viene nominata solo di striscio, anche se c’è un capitolo dedicato al consumo di acquavite dei finlandesi; mentre la vita, secondo Kaurismäki, sta almeno due o tre gradini sotto i film (“Il cinema è indispensabile, non la vita. Il mondo merita forse di essere salvato per qualche altro motivo che non sia il cinema?”). Ciononostante il libro è bellissimo, e non gli manca niente. Aki Kaurismäki è finlandese, ha 50 anni. Gira film di solito brevi, nei quali si parla poco e dove sono bandite le scene madri (“Non ho mai voluto dare pubblicamente indicazioni agli attori. L’unico principio inderogabile che ho è che quando qualcuno si mette visibilmente a recitare io do lo stop immediatamente”). I protagonisti di Kaurismäki sono quasi sempre dei perdenti: disoccupati, meccanici, camerieri, spazzini, spesso dotati di una laconica forza d’animo e di un funereo senso dell’umorismo. In un suo film tutti i personaggi, una dozzina, si chiamano Frank, e vi si racconta il loro viaggio, ovviamente accidentato, da un quartiere a un altro di Helsinki; in un altro è descritta la vita parigina di tre bohèmien. Ma ha girato anche un noir muto (Juha) e adattamenti da Dostojevski (Delitto e castigo) e Shakespeare (Amleto si mette in affari). Qui Peter von Bagh li analizza uno per uno, fa osservazioni, chiede, e le risposte del regista sul suo mestiere sono non di rado fulminanti (“La cosa più naturale, per me, è un personaggio davanti a un muro. O, meglio ancora, soltanto un muro”; oppure: “Un personaggio che non ha alcun problema è come una foglia che non si agita al vento”). Chi ha familiarità con i film di Kaurismäki troverà una miriade di spunti per capirli meglio, ma chi non lo conosce è favorito, perchè non potrà che restare affascinato dalla sua surreale lucidità.

ps. Nel giugno del 1993 la band prediletta di Kaurismäki, i Leningrad Cowboys, tenne un concerto insieme al coro dell’Armata rossa nella piazza del senato di Helsinki, davanti a 70.000 persone “vacillanti di felicità”. Kaurismäki filmò l’evento. E questo video, davanti al quale non si sa bene se ridere o commuoversi, è per me lo specchio perfetto di quel che il suo cinema riesce a comunicare.