Archive for the 'Colore locale' Category

Convenienze

C’è questo tizio che vuole convincermi a cambiare banca. Mi telefona tre o quattro volte, giura che le sue condizioni sono imbattibili, insiste. Di andare in sede non ho voglia, allora prende e un pomeriggio passa da me. Stretta di mano, si guarda intorno, bel pavimento, diamoci del tu. Apre la ventiquattrore, tira fuori le carte e comincia a leggermi le opzioni: conto 0 (zero spese), conto X (ics spese), conto Y (una via di mezzo). Non do segni di essere persuaso. Va avanti per un po’, mi parla di interessi, fondi d’investimento, prima di calare l’asso. “Se vieni con noi, ti regalo una carta di credito normale e una prepagata”, dice. “A cosa mi serve una carta prepagata?”, gli chiedo. Fa una faccia pensosa, come se stesse scegliendo tra un mucchio di buoni motivi. Poi risponde. “Hai presente, quando uno ha la morosa all’Est? Tipo in Cecoslovacchia, Romania. Una volta ti toccava andare là tutte le volte a portargli le calze, le bistecche, quello che serviva. Adesso spedisci la carta, lei ti dà un colpo di telefono, dice ascolta, mi carichi 500 euro che ho bisogno? E hai risolto”. “Non ho una morosa all’Est”, rivelo. Mi posa una mano sull’avambraccio, lo stringe complice. “Metti la carta in un cassetto. Non si sa mai”.

Io non so parlar dialetto

Almeno, non quanto mi piacerebbe. Da bambini, in casa, era una lotta. Mio padre in dialetto avrebbe firmato anche gli assegni. Invece per mia madre, donna di istruzione superiore, anche una frase buttata là ogni tanto era di cattivo esempio. E naturalmente, ai figli era vietato ripeterla. Così mi sono dovuto arrangiare col dialetto passivo del babbo, ma capirete che non è proprio la stessa cosa. La pronuncia va presto a farsi benedire, la ricchezza delle sfumature s’incaglia nel cervello. Per esempio, solo da grande ho imparato che “un gelato” si dice un gelati, e “due gelati” du gelato. Interessante, no? Comunque, conto di metterci una pezza nei prossimi decenni, perchè il tempo passa, e un vecchio che parla solo italiano qua non lo fanno nemmeno entrare al bar.

Occasione

Sotto i portici, nel centro di Forlì, qualche giorno fa ho visto seduto per terra un mendicante. Non più giovane, con i vestiti impolverati, la barba incolta e un cappello a fianco. Tutto l’armamentario insomma. Per essere sinceri non aveva l’aria particolarmente afflitta. Strimpellava qualcosa su una chitarra che aveva visto momenti migliori, e nel cartello che teneva fermo con la punta delle scarpe, in sgargiante vernice rossa, c’era questo avviso: Solo per oggi.

Chez Matto

Una volta si andava a mangiare dal Matto. Il Matto era anziano, piccolo di statura, e maleducatissimo con chiunque. Noi immaginavamo che lo fosse per contratto, ma di sicuro lo era anche per indole. Specialmente con le ragazze. Si sedeva accanto a loro, ne annusava i capelli, faceva dei sorrisi che tutto erano fuorchè sorrisi. Per dire, era capace, portando il pane in tavola, di mimare un cunnilingus con il cestino e andarsene estasiato dopo aver distribuito le fette una ad una. Oggi, nei ristoranti, se càpitano delle celebrità il padrone si fa fotografare, mano sulla spalla come un vecchio amico, e appende la foto dalle parti della macchina espresso, che la vedano bene tutti. Dal Matto, raccontavano che una sera si era fermata la cantante Mina, nello splendore dei suoi quarant’anni, fuggendone scandalizzata pochi minuti dopo. Al momento di ordinare la cena, il Matto le aveva proposto una cosa veloce, da consumarsi nel retro. Magari era una leggenda.

Il Matto è morto da un pezzo. L’ultima volta che ho sentito parlare del ristorante, era passato al figlio. Ma a quanto dicevano aveva dato un giro di vite agli insulti, e la fatica di andarci soltanto per mangiare non la faceva più nessuno.

Memento

Ieri ho aperto un cassetto pieno di vecchie carte, e rovistando per bene è saltato fuori che mi aspettano a un compleanno. L’avevo dimenticato. Sembra però che sia ancora in tempo.

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L’orgoglioso

Dei ragazzi (insomma, ragazzi: dei trentenni abbondanti) giocano a pallone in mezzo alla strada, davanti a un pub. Sono quasi le due di un venerdì notte. La porta è lo spazio tra un bidone dell’immondizia e un palo della luce. Ce n’è uno più competitivo degli altri, non passa mai la palla. Sbam!, e prende il parafango di una macchina. Sbam!, e per poco non sfonda una vetrina. Intanto alcune ragazze uscite dal pub si sono fermate a guardare. Dopo un altro tiro spampanato, una dice alle amiche “Dai andiamo, che qui c’è poco da divertirsi”. Si allontanano sghignazzando. Il tipo senza mira tira su col naso e fa: “Quella capisce di calcio come io di mestruazioni”.

C’è postman per te

Il mio postino ha una faccia da sicario. Barba mal rasata, sguardo che trapassa. E anche i modi, non sono del tutto normali. Gira sempre con una marlboro in bocca. Accesa. In motocicletta. Quando deve consegnare un pacco che non entra nella buca delle lettere suona il campanello, aspetta che qualcuno si faccia vivo, e con un dito guantato fa segno di averlo lasciato sul muro basso del cancello, senza dire una parola. Il cane gli abbaia contro, ma non esce dalla cuccia. L’altro giorno ero alla finestra e l’ho visto arrivare. E’ sceso dalla moto, l’ha messa sul cavalletto. Ha preso una lettera dal portapacchi, e sono andato fuori prima che suonasse. Mi ha allungato la lettera tra le sbarre del cancello. In lontananza si è sentito un tuono.

“Come mai senza sigaretta?”, gli ho chiesto.

“Sto cercando di smettere”, ha detto. “Grazie”.

“E di che?”

“Della firma per la raccomandata. Se ti sbrighi, che ormai viene a piovere”, ha detto, togliendo la biro dalla tasca del giubbotto antivento. Ho scribacchiato il mio nome, gli ho restituito la penna. Poi è risalito in moto e in silenzio l’ho guardato andarsene sotto le prime gocce, come uno che ha concluso un lavoretto pulito.

Un altro che conosco

Dice, anzi certifica, che le donne che sono delle diavole a letto si vedono dal naso. E’ quella la spia inequivocabile dell’attitudine al sesso. Forma e dimensioni, lunghezza, segni particolari: basta saper osservare. La complessità non esiste, è sufficiente il colpo d’occhio. Ci ha scritto sopra anche un bel po’ di rime baciate. Naso con gobba, ragazzi si sgobba è una, le altre sono decisamente sguaiate per ripeterle qui, ma hanno un loro preciso fondamento. Naso all’insù, naso appuntito, naso alla Dante, naso a patata, ecc. Le donne, le guarda dritte nel setto e sono come nude. L’unica eccezione alla teoria sarebbe costituita dai nasi rifatti. Qualunque fosse il naso originale, la donna che se l’è fatto cambiare è traviata per sempre, e va evitata con cura. Frase preferita: “Quel naso non sbaglia”.

Una che conosco

Shorts bianchi a fiori, e infradito azzurre; almeno d’estate, almeno l’ultima volta che ci siamo salutati, sul bagnasciuga. Ha le ciglia così scure che sembrano dipinte, e un sorriso guardingo, però facile ad aprirsi. Questa è l’era di Internet, e delle chat, ma a lei i nickname non piacciono, scordatevi che si giri se non la chiamate col suo nome. Al contrario, gli uomini che scendono dall’auto e vanno ad aprirle la portiera la mandano in visibilio. E’ impermeabile al valore del denaro, tranne quello - molto, molto poco - di cui dispone. E se state trascinando una valigia pesante, tenderà irresistibilmente a sedercisi sopra.

Ah, compie 5 anni in ottobre.

Uno che conosco

Cinquantatre, cinquantaquattro anni portati male. La bocca è sdentata, ma a settimane alterne. Abita sulle colline, e non ha la patente, nè un motorino. Non si sa come faccia a scendere in città, visto che si muove di sera, quando gli autobus sono ormai fermi nel deposito. Poi, per risalire, un passaggio lo rimedia sempre. Ha una risata sporca, allegra e gracchiante. Quando è elegante ha i capelli pettinati. Flirta con ragazze che potrebbero essere sue nipoti, e le ragazze scherzano volentieri con lui, anche quelle che lo vedono per la prima volta; a certi dongiovanni di paese non succede. Il divanetto d’angolo è suo, se vuole schiacciare un pisolino. Da quando hanno tolto dal muro la lavagna su cui scriveva tramanda le sue massime a voce, tavolo per tavolo. Beve con moderazione, e mai niente di più alcolico della birra. E’ il ministro dei clochard.