30 parole: Men at work
Disse di avere i Van Gogh.
Ora voleva la cocaina.
Aprirono la valigetta:
conteneva diamanti purissimi. Nient’altro.
Dovevano barattarci il microfilm,
avevano fatto confusione.
Un giorno di lavoro buttato.
Disse di avere i Van Gogh.
Ora voleva la cocaina.
Aprirono la valigetta:
conteneva diamanti purissimi. Nient’altro.
Dovevano barattarci il microfilm,
avevano fatto confusione.
Un giorno di lavoro buttato.
Musica per le orecchie del pugile
il countdown dell’arbitro.
Destro, sinistro,
ancora un destro.
Soldi facili.
Per tutto il tempo pensò
a come spenderli,
poi si rialzò dal tappeto.
Quando ero un bambino, a casa mia il presepe cominciava nel bagno e terminava in cucina, dopo aver attraversato ogni stanza. Non avevamo statuine, ma delle silhouette plastificate che si incollavano col fiato ai vetri delle finestre. I Re Magi partivano da lontano, accanto allo sciacquone, e ogni due o tre giorni mia madre li spostava di quel tanto, per dare l’idea del viaggio. Le pecore pascolavano ovviamente quasi tutte nelle camere da letto, mentre pastori e pellegrini vari venivano sistemati, a seconda del peso dei doni, più o meno vicini alla capanna. E comunque, la mattina del 6 gennaio, chiunque veniva scalzato a favore di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, con un atto d’imperio che a me pareva veramente spudorato. Poi, col tempo, alcuni personaggi si sono rotti o consumati, altri sono andati persi, finchè mia madre si convinse che un presepe che riempiva solo tre ante non aveva ragione di esistere e lo sostituì con uno piccolo, prefabbricato e un po’ triste. Quanto a me, per tutti quegli anni non ho fatto che domandarmi quale ruolo avesse la Befana nella vicenda.
Sarà stato l’82, ‘83 al massimo. Ero giovane e cretino, e anche il mio amico non scherzava. Passare il capodanno a Venezia ci sembrava un’idea esotica. Così partimmo nel tardo pomeriggio del 31 dicembre con la sua Opel color aragosta, destinazione piazza San Marco. Dopo un po’, sulla Romea caricammo un autostoppista: un tipo magro, silenzioso e giù di giri. Io avevo cominciato a smanettare con la radio ad alto volume, cambiando frequenza ogni tre secondi, finchè a un certo punto l’autostoppista si sporse dal sedile di dietro, mi posò una mano sulla spalla e disse: “Non ti va bene un cazzo, eh?”. Poi parve addormentarsi, ma di tanto in tanto dava un tiro alla sigaretta. Si rianimò un paio d’ore dopo, nel parcheggio di Mestre, e quando ci separammo ci abbracciò come fratelli. Arrivammo in piazza San Marco verso le nove. La circumnavigammo, fermandoci a prendere un aperitivo in tutti i bar. Svuotammo rapidamente i portafogli. Fuori faceva un freddo cane. Nessuno ci avvicinò per invitarci a una festa in qualche superattico. La città ci stava sabotando. Quando in mezzo alla calca scorgemmo il nostro autostoppista, che rollava una canna in compagnia di due splendide ragazze punk, capimmo di dover tornare a casa. Festeggiammo la mezzanotte in macchina con il segnale orario della radio, e all’una e mezza eravamo davanti a una discoteca, pochi chilometri dal punto in cui eravamo partiti. Mentre aspettavamo di entrare, ultimi della fila, il mio amico pestò i piedi a terra per scaldarsi e mi disse: “Comunque, Venezia la facevo con più piccioni”.
Volevo dire, a me mancherebbe proprio del tutto lo spirito natalizio. Solo che dai e dai, alla fine un po’ me l’hanno attaccato. Auguri.
Ho appena letto un romanzo che ha due incipit, tre finali, e una scena mancante che può essere richiesta all’editore di New York, con tanto di indirizzo. Dove c’è un cavallo che si chiama Cavallo, un genio siciliano che si chiama Vizzini, e poi lo spadaccino spagnolo Inigo Montoya e il gigante turco Fezzik, mentre non si sa dove sia il regno il regno di Florin, nel quale si svolge la vicenda. Dove si muore avvelenati, stritolati, gettati in pasto ai serpenti, torturati dalla Macchina, ma nessuno chiede pietà e si assiste a un solo pianto, sebbene irrefrenabile. Dove il tono dominante è la malinconia, seguita dai propositi di vendetta e da un alto numero di risate. E dove un padre semianalfabeta si siede accanto al letto di un figlio cui non interessano i libri, e comincia il racconto dicendo semplicemente: “Capitolo uno. La sposa”.
Non sto cercando di demoralizzarvi, cercate di capire. Voglio dire che penso veramente che l’amore sia la cosa più bella del mondo, dopo le pasticche per la tosse. Ma devo anche dire, per l’ennesima volta, che la vita non è giusta. E’ solo più decente della morte, tutto qui.
Questa è la frase che chiude il libro, a pagina 329. Be’, io una spinta ve l’ho data. Adesso vi basta leggere le altre 328. Buon ferragosto.
La principessa sposa, di William Goldman (Marcos y Marcos, 2007)