Archive for the 'La vita in diretta' Category

I started a blog nobody read

E’ una canzone eh?

Il rock ti dà lo shock

Oh be’, sono andato a vedere Shine a light, il film di Scorsese sui Rolling Stones. Già il trailer prometteva, però mi dicevo, è facile tenere la botta per tre minuti, voglio vedere come ti riduci dopo due ore di concerto. Alla fine ero più stanco io, che per tutto il tempo avevo battuto il ritmo col piede e seminato riff in poltrona tra il pollice e l’indice (sono uno, va detto, che se parla al telefono e intanto accavalla una gamba gli viene il fiato corto). Invece, questi Stones, chi li ferma? Charlie Watts era il solito smagliante fantasma dietro la batteria, Ron Wood e Keith Richards sembravano i chitarristi di San Quintino; e Mick Jagger, sarà anche nonno, sarà un paraculo, ma bisogna essere capaci, a essere nonni paraculi e Mick Jagger contemporaneamente. E poi, tra un pugno di canzoni e l’altro, c’erano i vecchi spezzoni di interviste, da cui si capiva bene che rockstar si nasce (a Keith Richards: “Qual è l’ultima cosa che fai prima di salire sul palco?” “Mi sveglio”). Voto 8+

ps. Dopo un tale spettacolo, fuori dal cinema mi sentivo così ribelle senza causa che ho attraversato le strisce pedonali col rosso (con calma eh, che non arrivava nessuno).

Il voto utile

L’altra sera uno mi ha detto che, se non va a votare, poi quando cominciano a uscire i risultati ci sta male. Lo prende l’apatia. Dice che è come sentire Tutto il calcio minuto per minuto senza aver giocato la schedina.

Ring star

Sabato sera mi trovavo qua. E’ vero che per arrivarci ho dovuto prendere la via Emilia, seguire le indicazioni per Villanova e Faenza, superare il vecchio ponte di Schiavonia; ma una volta dentro, mi sembrava di essere al Caesar’s Palace di Las Vegas. Insomma, un mondiale di boxe, poteva anche non capitare mai nella vita. E la cornice era proprio giusta eh? C’erano i campioni del passato un po’ imbolsiti, che all’inizio avevano salutato il pubblico e si erano scambiati finti jab in favore di telecamera. C’erano le belle figliole a bordoring, con tacchi a spillo e culi svettanti, che accompagnavano i pezzi grossi in gessato scuro. C’era il commentatore col papillon, le luci che bucavano il centro del quadrato come se cercassero l’oro, e quell’atmosfera di attesa, voi mi capite, un mondiale di boxe. Stavo lì, nella guazza del sogno, ci stavo anche bene. Poi, durante l’incontro che precedeva quello per il titolo, uno dei pugili ha cominciato a lamentarsi con l’arbitro. Mulinava le braccia scontento, faceva le smorfie al suo avversario. Finchè dietro di me uno ha urlato: “O peso medio, vai a Zelig!”

E mi sono svegliato.

L’uomo che sembrava normale

Sono un imbucato alla sua cena: l’amico di un amico di un eccetera. Comunque, ha un bell’appartamento, arredato in modo classico. Mobili di legno scuro, qualche quadro alle pareti, e una grande portafinestra con vista magnifica sulle colline. Parla con proprietà, sa ironizzare sulle piccole disgrazie della vita senza far la figura dello sciocco, ascolta le opinioni altrui con vivo interesse. A un certo punto mi dice “Vieni di là, ti faccio vedere una cosa”. Di là, sopra una cassapanca, c’è un acquario. Pullula di pesci di una specie che ho dimenticato, sottili come aghi e non più lunghi di un centimetro, tutti uguali. “Sono 400″, dice. “Più o meno, eh?” Li osservo guizzare in blocco per un po’. “Fanno un gran silenzio”, rilevo stupidamente. “Il vetro è spesso”, sorride. Do un paio di colpi di nocche all’acquario, sto al gioco. “Quando se ne ammala uno, contagia subito gli altri. Li controllo due volte al giorno”, mi dice. “Ah sì? E come si vede se uno è malato?”

“Be’, dimagrisce”.

Un italiano vero

Non so, una volta con Internet mi sembrava di avere il mondo in tasca. All’inizio ci avevo persino ritrovato una vecchia fiamma (Non una fidanzata eh? Era una cantante - Jocelyn Bernadette-Smith - che avevo sentito a Berlino nell’86, in un locale così piccolo che il fumo di quattro sigarette faceva già volume. E dopo aver scartabellato per anni i cataloghi di dischi in Italia senza risultato, l’ho pescata in rete. E’ stato emozionante). Adesso vagolo un po’ sempre per gli stessi posti, m’infratto in qualche blog, leggo a sbafo le notizie. Insomma, faccio zapping.

Ma non stavo più comodo sul divano?

Occasione

Sotto i portici, nel centro di Forlì, qualche giorno fa ho visto seduto per terra un mendicante. Non più giovane, con i vestiti impolverati, la barba incolta e un cappello a fianco. Tutto l’armamentario insomma. Per essere sinceri non aveva l’aria particolarmente afflitta. Strimpellava qualcosa su una chitarra che aveva visto momenti migliori, e nel cartello che teneva fermo con la punta delle scarpe, in sgargiante vernice rossa, c’era questo avviso: Solo per oggi.

Il catalogo che io amo

Quelli di D-Mail, se non esistessero, mi sarei perso qualcosa. Dal giorno che ho comprato il loro pratico appendiscope in caucciù mi spediscono un catalogo nuovo tutti i mesi, e riescono sempre a sollevarmi lo spirito. Bisogna starci un po’ attenti, ma in mezzo alla borghesità discreta di radiosveglie, sedie pieghevoli o tagliaverdure elettrici si trovano oggetti indimenticabili, normalmente a cavallo fra la boiata e il colpo di genio. Tempo fa ricordo che proponevano una confezione di piccoli imbuti ergonomici, per le donne che volevano/dovevano fare la pipì in piedi. Sia come sia, anche il catalogo di febbraio dà le sue soddisfazioni. Per esempio ci sono la coperta plaid con taschino per telecomandi, la carta igienica sudoku, oppure il posacenere che tossisce, e la racchetta fulmina-insetti. Ma il pezzo forte è così descritto:

Chi diventerà lo sceriffo del telecomando indossando la tanto ambita stella? Questa pistola cambia canali diventerà l’oggetto più ricercato dai familiari e dagli amici che verranno a trovarvi! Tutti vorranno premere il grilletto, cambiare canale e soffiare sulla canna! Identica a quelle usate dagli sceriffi nei film western, quando si “spara” viene emesso anche il classico sonoro dello sparo.

Sarebbe questa.

Comunichèscion

La linea telefonica dà dei problemi. C’è un rumore di fondo continuo, i messaggi non vengono registrati, eccetera. Chiamo il 187 e mi spiegano subito i perchè e i percome. C’entrano i cavi, mi sembra. Volano paroloni, non capisco quasi niente, ma mi fido. “Le mandiamo due tecnici entro quarantottore”. Due, addirittura. Sono tranquillo. Il giorno dopo torno a casa all’ora di pranzo e trovo un biglietto nella buca delle lettere. I tecnici sono passati, ma non c’era nessuno. Il biglietto è scritto a mano, con grafìa sicura. Dice:

Siamo del telefono. Vegnamo oggi alle ore 15. In poi.

Bad day - La Conclusione

Qui la prima puntata. Com’è andata a finire? E’ andata a finire che la Vespa era irreparabile, così sono entrato con tutte le scarpe nella modernità e adesso ne ho un’altra.

Certo, per capire come si mette in moto ho dovuto chiedere.

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