Archivio per la Categoria Scrittori

Stuart Kaminsky (1934 – 2009)

Posted in Scrittori on Novembre 9, 2009 by trabucco

Il primo caso di Toby Peters

Niente più indagini per Toby Peters, il detective che nella Hollywood degli anni ‘40 tirava fuori dai guai le celebrità. I suoi dirimpettai, nonchè aiutanti obtorto collo, erano un dentista sprovvisto di licenza e un nano forzuto e poeta. Un terzetto improbabile, che però non sbagliava un colpo. Nelle storie di Toby Peters (scritte da Stuart Kaminsky dal 1977 al 2004 e pubblicate nei Gialli Mondadori purtroppo solo fino a una quindicina di anni fa) i divi del cinema parlano e si comportano come nei loro film: Peter Lorre enigmatico e sfuggente, Cecil B. De Mille seduto su una nuvola di presunzione, Humphrey Bogart sempre col bicchiere di whisky in mano, Mae West sarcastica e mangiauomini. Sono impeccabili romanzi d’epoca, con belle trame noir e un umorismo a volte malinconico. Nella vita privata Toby Peters era uno sconfitto, mal sopportato dal fratello tenente della omicidi, e ancora innamorato della ex moglie Ann. Una notte la chiama, come sempre senza motivo, e dopo pochi imbarazzati convenevoli lei gli dice:

“Adesso devo andare, Toby”.

“Devi proprio?”

“E’ tardi. E non sono sola”.

“Oh. Mi dispiace”.

“Non potevi saperlo”.

“No, mi dispiace che non sei sola”.

“Buonanotte Toby”.

L’inserzione

Posted in La vita in diretta, Scrittori on Ottobre 7, 2009 by trabucco

TRABUCCO (via mail): Buongiorno, ho letto l’inserzione per la vendita del libro (mettiamo Il grande Gatsby) di (mettiamo Achille Campanile). Dev’esserci un errore. Si tratta del romanzo di (mettiamo Francis Scott Fitzgerald)? Nel caso, vorrei acquistarlo. Grazie.

VENDITORE: Salve, il libro è disponibile. Pagamento con postepay, paypal o bonifico bancario. Costo totale 6 euro. Per altre notizie, leggere attentamente l’inserzione.

T.: Il pagamento con paypal va benissimo. Vorrei solo essere sicuro che si tratta di (Il grande Gatsby) di (F. S. Fitzgerald) e non di un libro di (Achille Campanile).

V.: Chiedo scusa, ma se nell’inserzione c’è scritto che l’autore di (Il grande Gatsby) è (Achille Campanile) come può diventare un’altra persona? Allora non se ne fa niente. Grazie lo stesso.

T.: Chiedo scusa anch’io, ma il romanzo (Il grande Gatsby) è di (F.S. Fitzgerald), e non (Achille Campanile). Perciò, o è sbagliato il titolo, e allora non mi interessa, o è sbagliato l’autore, e allora mi interessa. Saluti.

V.: Chiedo più scuse di prima. Sono andato a prendere il libro, e mi sono accorto che del nome (Achille Campanile) non c’è traccia sulla copertina. Evidentemente quando ho fatto l’inserzione ho confuso i due autori. Il pagamento con paypal è ok.

Forse cercavo

Posted in La vita in diretta, Scrittori on Settembre 24, 2009 by trabucco

Sono da tempo a caccia di un vecchio Omnibus Mondadori dedicato a Ed McBain, e ogni tanto lo scrivo su Google. Anche stamattina ci ho provato: “McBain Corpo a corpo con la mala”. La risposta è stata, Forse cercavi “McBain Corpo a corpo con la mela”.

ps. Non è la prima volta che Google mi dà dei problemi con McBain.

Nemmeno gli epistolari

Posted in La vita in diretta, Scrittori on Agosto 4, 2009 by trabucco

Nelle mie due librerie lo spazio per gialli, thriller e simili è ormai esaurito. Stesso andazzo, o quasi, tra gli scaffali della letteratura americana, e in quelli dove tengo gli Adelphi e i Feltrinelli (che secondo me stonano separati). I volumetti non più alti dei Sellerio avanzano lentamente, quindi non ho motivo di preoccuparmi, almeno per ora. Quanto ai romanzi di scrittori italiani ed europei, ci si può allargare, ma cum grano salis. Alla canna del gas anche l’area Stephen King, che però non mi dà più le emozioni di una volta, e compro di rado. C’è invece posto all’estrema sinistra della libreria grande per le pubblicazioni di argomento musicale e sportivo, e più in alto per la saggistica in generale. Ovviamente, i soldi in tasca sono quel che sono. Perciò, volendo riequilibrare le cose e dare simmetria all’insieme, per un po’ sarebbe il caso che leggessi saggi di una certa consistenza, oppure agili biografie di campioni dello sport e/o compositori. Anche il contrario andrebbe bene, e in edizione economica ancora meglio. Non butto via nemmeno gli epistolari.

Made in Japanese

Posted in Scrittori on Maggio 8, 2009 by trabucco

Per chissà che vie traverse, qualcuno è arrivato su questo blog avviando una traduzione automatica in giapponese del primo capitolo di Cera per le sirene. Forse cercava qualcosa online di Omero. Oppure, boh. Ad ogni modo, ecco come appare un passo a caso:

催眠術にかかった と彼は答えた。むしろ、私は空のジャケットが1つまたはつととなるのですか” “私たちはジャケットで何をしたか? 私は店のレインコートを取っています。次に、 つまたは つですか しかし、多くの法律のものとは何ですか  本社工場の、ときに便利です。変更後は今、パルプのサンプルを見て、行くドアを押すと、火災の階段を降りて行った また下記の沸騰は、少なくとも 度でした。は、はしごの途中で、何がされた参照するには、僧侶を突いた 中にかかってからフィルタを移動しようとする彼は、腕の石油パイプラインに没頭し、自分の歯を粉砕した

Ora, io non so nemmeno se il giapponese si legga da destra a sinistra, a saltelli o con la testa sott’acqua. Però il risultato ha una sua musicalità. Credo.

La ragazza ha talento

Posted in Scrittori, Seia on Marzo 18, 2009 by trabucco

Seia Montanelli ha scritto una recensione di Cera per le sirene sul Corriere Nazionale. Si può leggere anche qui.

Pubblicità per me stesso

Posted in Scrittori on Marzo 4, 2009 by trabucco

“Cera per le sirene” comincia così:

Cap bussò con il cavallo di spade, e il Prete rispose con il quattro. Io avevo l’asso e il sette. Ci pensai su un momento, poi buttai giù l’asso. “Cavategli quelle carte dalle mani”, mormorò Di Leo, seduto dietro di me. Manaresi bestemmiò tra i denti e rovesciò il due sul tavolo. “Mi chiamo fuori. Noi abbiamo vinto, voi avete perso”, disse. Cap si voltò a dare un’occhiata alle temperature dei forni. “Che ora abbiamo fatto?” “Le cinque”, rispose Manaresi. “Io scendo. Di Leo, vieni anche te?” “Arrivo. Dov’è la mia gazzetta?” “Ce l’hai nella giacca”, gli dissi.  Si tastò un fianco. “Oh, è vero. Quando vi guardo giocare non capisco più niente”. Si alzò, arrotolò il giornale e seguì Manaresi. Il Prete disse che andava a pulire i filtri della nafta, se no cascava dal sonno. Cap aprì un cassetto del tavolo e tirò fuori la radio. “Mi dispiace per quell’asso, Cap. Stavolta potevamo vincere”, gli dissi. “Zitto”. Raddrizzò la radio e per un po’ la strinse nelle mani come la fotografia di un parente morto. Alla fine si decise ad accenderla. Trovò un canale di musica classica, abbassò il volume e cominciò a scrivere il resoconto del turno di notte. Ero pronto a sgusciare via, ma mi fermò. “Avevi due carte. Come hai fatto a sbagliare?” “Per poco non giocavo l’altra”, dissi. “Buona questa. Forse Manaresi ti aveva ipnotizzato”, rispose. “Piuttosto, ho un vuoto: giubbotto va con una o due b?” “Cosa ci abbiamo fatto con i giubbotti?” “Ne ho preso uno impermeabile nel magazzino. Allora, una o due?” “Due. Ma tanto chi la legge ‘sta roba?” “Il capo fabbrica, quando è comodo. Adesso va a prendere un campione di polpa, dopo ci cambiamo“. Spinsi la porta e andai giù per la scala antincendio. Là sotto si bolliva, c’erano almeno quaranta gradi. A metà della scala mi sporsi per vedere cosa faceva il Prete. Stava digrignando i denti, con un braccio immerso nelle tubature della nafta, mentre cercava di muovere un filtro dai cardini. Mentre gli gridavo se aveva bisogno di aiuto lo disincagliò di colpo, me lo mostrò e se ne andò dietro, verso le vasche, dove c’erano i filtri già lavati e pronti per la sostituzione.  Non sapevo perché si faceva chiamare Prete. A me sembrava un giocatore di beach volley. Sotto la tuta indossava sempre delle canottiere dipinte con lo spray, e aveva i capelli lunghi fino a metà schiena, con una coda che legava e slegava cento volte al giorno. Cap diceva che era senza cervello, ma di un mucchio di gente aveva un’opinione ancora più bassa. Qualche tempo prima il Prete aveva concepito l’idea di un contabestemmie per Manaresi. Aveva portato in fabbrica un quaderno tutto consumato, e quando Manaresi faceva le sue scappate all’essiccatoio se lo apriva di nascosto sulle ginocchia e zac, ogni moccolo una croce. Nel turno di ferragosto era arrivato a un record di ventinove. Cap sapeva di questa trovata, e gli aveva detto più di una volta di darci un taglio, ma sotto sotto credo si divertisse. A questo quaderno il Prete aveva dato anche un titolo: Il lanciatore di madonne.  I forni erano delle balene di acciaio e ghisa, ognuno sdraiato su tre blocchi di marmo a circa due metri di altezza, con delle piccole bocche quadrate ai lati che servivano a prelevare la polpa. Ne aprii una e mi riempii un pugno. La polpa era secca, ma non bruciava. Stabilii che l’avevamo cucinata bene e la buttai nel secchio. Subito dopo vidi sbucare dall’entrata un meccanico in bicicletta, che mi raggiunse scampanellando. “Dov’è Benelli?” mi chiese. Indicai la cabina, lunga e stretta, e Cap che stava ancora scrivendo. “Lassù. Ma ha da fare”.  “Meglio, tanto per il momento non gli danno il cambio. Germano è malato”, disse. “Ti tengo la bici, puoi andare a dirglielo”. “Tu sogni. Glielo dici te”. “Perché? Hai paura che ti mangi?” Mi sbadigliò in faccia. “Non c’è pericolo. Sarà pieno della carne ai ferri che vi fate voi fighetti dell’essiccatoio”, rispose. Quindi girò le ruote e ripartì. Andai a cercare il Prete, ma trovai solo le sue scarpe fuori dal bagno. Sentii lo scroscio della doccia, e una voce che cantava col diavolo addosso “oora pienso a emboracharmeee…” Tornai di sopra. Cap stava pulendo il tavolo con una spugna. “Allora, com’è la polpa?” mi domandò. “Buona”. “E il meccanico cosa voleva?” Dovevo dargli una fregatura, meglio farlo senza girarci intorno. “Ha detto che Germano non viene, Cap. Ti tocca stare qui”, risposi. Posò la spugna sullo schienale di una sedia e mi guardò freddamente. “Germano non viene”, ripetè. “No”. “Lo sai perché?” “È malato”. Fece una smorfia. “Chi, l’operaio modello? È a razzolare in una figa, no malato”, rispose sarcastico. Venendo da lui, l’espressione mi colpì, ma non sapevo cosa dire. Magari Germano era davvero messo male. “Ha la prostata e va ancora in giro a fare il torello. C’è da piangere”. Spostò la sedia e ci si mise a cavalcioni. “Tu la conosci sua moglie?” mi chiese. “La moglie di Germano? Mi pare di no”. Si spazientì. “O la conosci o non la conosci”. “Non la conosco”, ammisi.  “Be’, è un’istruttrice subacquea”, disse. “Ha un fisico della madonna, potrebbe avere gli uomini a schioccadita. E invece si fa mettere le corna”. “Direi che è un problema suo”, osservai. “È un problema anche mio, se mi tengono qua dentro”, ribattè. “Poi stamattina mi ero organizzato per andare a pescare”. “Mi dispiace”. Prese la spugna e la strizzò sul tavolo.  “Tu hai finito?”, disse.
“Se non c’è altro, sì”. “Cosa sei, un carabiniere? Dai lèvati dai piedi”. Andai a cambiarmi, uscii dal reparto e attraversai il piazzale ancora deserto. Schivando i pezzi di barbabietole cadute dai camion mi diressi in portineria. C’era il solito movimento del cambio turno, con degli operai che entravano all’ultimo minuto, qualcuno intorno alla macchina del caffè, mentre un capannello aspettava il fischio della sirena davanti all’orologio. Il Prete, in prima fila, si faceva aria con il cartellino. Quando mi vide mi chiamò. “Ehi, Corrado! Venerdì abbiamo appuntamento col dottore”, disse, e mi fece vedere un ciclostilato appeso con una calamita alla macchina del caffè. “Leggi qua: nove settembre ore 13.30, visita medica per i reparti essiccamento polpa e caldaie. Quando vogliono sono precisi. Ma per te ci siringano anche?” “Non lo so”. “A me non va tanto. Tra parentesi, se uno è anemico, levargli due dita di sangue rompe il cazzo”. “Perché, sei anemico?” “Sono sano come un pesce, era un esempio. Però mi scoccia farmi mettere le mani addosso”. “Non credo siano interessati a stuprarti”, dissi. “Ma come, un così bel ragazzo?” ghignò. Alle sei i cancelli vennero aperti, e fuori la coda dei camion cominciò a muoversi.  “Ci diamo una mossa a marcare?” chiese  uno. Il Prete alzò gli occhi verso l’orologio: “Vieni a fare colazione alla Tazza d’oro?” mi domandò. “No, sono stanco”. “La Tazza d’oro è chiusa oggi”, rispose uno dal mucchio. “Non mi risulta. Andrò da solo”, disse il Prete. Timbrò il cartellino e si allontanò verso il parcheggio.

La formazione

Posted in Scrittori on Gennaio 7, 2009 by trabucco

Il portiere, Lorenzo detto Palude, era piccolo di statura, ma agile tra i pali, e furbo come un peccatore. Terzini, due fratellastri di ventuno e trentotto anni; si odiavano, così l’allenatore li faceva giocare il più lontano possibile uno dall’altro. In mezzo alla difesa c’erano Sergio, l’antiquario, re degli interventi in scivolata, e Geppo, vecchio e tarchiato, al quale toccavano le rimesse da fondo campo e una punizione dal limite su due. Ala destra Andrea Semenzani, un talento; lo chiamavano Il Tassista, perchè i suoi marcatori dovevano accontentarsi di guardargli la schiena, quando s’involava sulla fascia. La mezz’ala destra era il figlio di Geppo, un attaccabrighe di neanche diciassette anni; mezz’ala sinistra Salvo Loschiocco, il nostro capitano, che non aveva molta fantasia, però con gli arbitri ci sapeva fare, ed era un infallibile rigorista. E il centravanti, Jesper il biondo, danese da parte di madre, non faceva che da sponda per Cesare, il nostro attaccante mancino, un benzinaio ateo che bestemmiava il cielo dopo ogni rete. Quanto a me, ero un centrocampista un po’ vigliacco, felice quando i lunghi lanci degli avversari mi scavalcavano come uccelli migratori, evitandomi la seccatura dei colpi di testa.

Questa è la squadra che arrivò in finale, perdendola senza storia, al torneo di calcio tra i bar del paese, nell’estate di due anni fa. Vederci giocare faceva un altro effetto, è logico. Comunque, se passate da queste  parti, posso aiutarvi a riconoscerci, nella foto appesa un po’ sbilenca alla parete, vicino al banco dei gelati. Chiedete di Ettore, quello col parrucchino.

Moby Dick

Posted in Scrittori on Dicembre 16, 2008 by trabucco

Avesse davvero potuto, l’avrebbe attesa anche tutta la vita; dal primo giorno che l’aveva incontrata, a cinque anni, lei occhi azzurri e rotondi, lui in giardino a cacciar formiche. L’avrebbe attesa nell’infanzia di castelli di plastica e ginocchia sbucciate, e l’avrebbe attesa dopo, tra sigarette fumate di nascosto e baci smielati di ragazzine che s’invaghivano dei suoi capelli biondi e dell’aria da gran principe. L’avrebbe attesa all’università, mentre sbocconcellava esami senza voglia, trovando lavoro qua e là, sempre infischiandosene dell’amore senza fine di pallide studentesse, e sigillando con un sorriso le profferte di giovani mogli, arrendevoli e profumate e troppo pigramente insoddisfatte per lui. L’avrebbe probabilmente attesa anche dopo il matrimonio, celebrato nell’incredulità di amici e parenti, un mattino di luglio, con una gentile e appena sciupata trentenne, perchè qualunque uomo, disse, si stanca di avere un’esistenza fatta di lavori in corso. E, di sicuro, l’avrebbe attesa seduto in veranda, nelle sere da pensionato, con un bicchiere di vino tra le nocche grinzose, come si attende l’arrivo di una pioggia carezzevole, o di un chiacchierone che ci distragga da brutti pensieri. Ma i genitori di lei avevano dovuto all’improvviso trasferirsi in un’altra città, nell’estate che precedette l’inizio della scuola, e capitò che invece di crescerle accanto e segretamente innamorarsene e curare poi da sè quel suo infelice cuore scapicollato, in breve se ne dimenticò. E solo nella vecchiaia la memoria di lei di tanto in tanto riaffiorava; ma non perchè si ricordasse di una bambina con la trecce lunghe e la voce sottile. Era tutta intera quell’altra vita, quella trascorsa nell’attesa e mai neppure immaginata, che gli bussava dentro, e lo lasciava con addosso uno sguardo amaro e un po’ istupidito, come uno che sogna una balena bianca.

Voglio una vita verde-chartreuse

Posted in Scrittori on Novembre 26, 2008 by trabucco

Da un bel po’ cercavo Rami secchi, un libro di Mario Soldati pubblicato nel 1987, e finalmente sono riuscito a trovarlo. E’ un piccolo volume di ricordi, divagazioni, incontri, ma dentro c’è un pezzo meraviglioso che si intitola La sorpresa di un verde-chartreuse. In tredici pagine scarse Soldati, per spiegare il suo verde-chartreuse e un intervento di cataratta, comincia rimpiangendo Stravinskij e Nino Rota, e continua mettendo in mezzo Fellini e Mitterrand, il cinema, lo scopone, la Juventus, il Devoto-Oli e altro ancora. Il tono è elegiaco, la verve quella di un neonato attaccato alla tetta. D’altra parte, Soldati non era vecchio nemmeno a novant’anni. Me lo ricordo durante un’intervista in tivù, con un mantello nero e un cappellaccio da spaventapasseri, aveva una chiacchiera che li faceva tutti a fette.