“Cera per le sirene” comincia così:
Cap bussò con il cavallo di spade, e il Prete rispose con il quattro. Io avevo l’asso e il sette. Ci pensai su un momento, poi buttai giù l’asso. “Cavategli quelle carte dalle mani”, mormorò Di Leo, seduto dietro di me. Manaresi bestemmiò tra i denti e rovesciò il due sul tavolo. “Mi chiamo fuori. Noi abbiamo vinto, voi avete perso”, disse. Cap si voltò a dare un’occhiata alle temperature dei forni. “Che ora abbiamo fatto?” “Le cinque”, rispose Manaresi. “Io scendo. Di Leo, vieni anche te?” “Arrivo. Dov’è la mia gazzetta?” “Ce l’hai nella giacca”, gli dissi. Si tastò un fianco. “Oh, è vero. Quando vi guardo giocare non capisco più niente”. Si alzò, arrotolò il giornale e seguì Manaresi. Il Prete disse che andava a pulire i filtri della nafta, se no cascava dal sonno. Cap aprì un cassetto del tavolo e tirò fuori la radio. “Mi dispiace per quell’asso, Cap. Stavolta potevamo vincere”, gli dissi. “Zitto”. Raddrizzò la radio e per un po’ la strinse nelle mani come la fotografia di un parente morto. Alla fine si decise ad accenderla. Trovò un canale di musica classica, abbassò il volume e cominciò a scrivere il resoconto del turno di notte. Ero pronto a sgusciare via, ma mi fermò. “Avevi due carte. Come hai fatto a sbagliare?” “Per poco non giocavo l’altra”, dissi. “Buona questa. Forse Manaresi ti aveva ipnotizzato”, rispose. “Piuttosto, ho un vuoto: giubbotto va con una o due b?” “Cosa ci abbiamo fatto con i giubbotti?” “Ne ho preso uno impermeabile nel magazzino. Allora, una o due?” “Due. Ma tanto chi la legge ‘sta roba?” “Il capo fabbrica, quando è comodo. Adesso va a prendere un campione di polpa, dopo ci cambiamo“. Spinsi la porta e andai giù per la scala antincendio. Là sotto si bolliva, c’erano almeno quaranta gradi. A metà della scala mi sporsi per vedere cosa faceva il Prete. Stava digrignando i denti, con un braccio immerso nelle tubature della nafta, mentre cercava di muovere un filtro dai cardini. Mentre gli gridavo se aveva bisogno di aiuto lo disincagliò di colpo, me lo mostrò e se ne andò dietro, verso le vasche, dove c’erano i filtri già lavati e pronti per la sostituzione. Non sapevo perché si faceva chiamare Prete. A me sembrava un giocatore di beach volley. Sotto la tuta indossava sempre delle canottiere dipinte con lo spray, e aveva i capelli lunghi fino a metà schiena, con una coda che legava e slegava cento volte al giorno. Cap diceva che era senza cervello, ma di un mucchio di gente aveva un’opinione ancora più bassa. Qualche tempo prima il Prete aveva concepito l’idea di un contabestemmie per Manaresi. Aveva portato in fabbrica un quaderno tutto consumato, e quando Manaresi faceva le sue scappate all’essiccatoio se lo apriva di nascosto sulle ginocchia e zac, ogni moccolo una croce. Nel turno di ferragosto era arrivato a un record di ventinove. Cap sapeva di questa trovata, e gli aveva detto più di una volta di darci un taglio, ma sotto sotto credo si divertisse. A questo quaderno il Prete aveva dato anche un titolo: Il lanciatore di madonne. I forni erano delle balene di acciaio e ghisa, ognuno sdraiato su tre blocchi di marmo a circa due metri di altezza, con delle piccole bocche quadrate ai lati che servivano a prelevare la polpa. Ne aprii una e mi riempii un pugno. La polpa era secca, ma non bruciava. Stabilii che l’avevamo cucinata bene e la buttai nel secchio. Subito dopo vidi sbucare dall’entrata un meccanico in bicicletta, che mi raggiunse scampanellando. “Dov’è Benelli?” mi chiese. Indicai la cabina, lunga e stretta, e Cap che stava ancora scrivendo. “Lassù. Ma ha da fare”. “Meglio, tanto per il momento non gli danno il cambio. Germano è malato”, disse. “Ti tengo la bici, puoi andare a dirglielo”. “Tu sogni. Glielo dici te”. “Perché? Hai paura che ti mangi?” Mi sbadigliò in faccia. “Non c’è pericolo. Sarà pieno della carne ai ferri che vi fate voi fighetti dell’essiccatoio”, rispose. Quindi girò le ruote e ripartì. Andai a cercare il Prete, ma trovai solo le sue scarpe fuori dal bagno. Sentii lo scroscio della doccia, e una voce che cantava col diavolo addosso “oora pienso a emboracharmeee…” Tornai di sopra. Cap stava pulendo il tavolo con una spugna. “Allora, com’è la polpa?” mi domandò. “Buona”. “E il meccanico cosa voleva?” Dovevo dargli una fregatura, meglio farlo senza girarci intorno. “Ha detto che Germano non viene, Cap. Ti tocca stare qui”, risposi. Posò la spugna sullo schienale di una sedia e mi guardò freddamente. “Germano non viene”, ripetè. “No”. “Lo sai perché?” “È malato”. Fece una smorfia. “Chi, l’operaio modello? È a razzolare in una figa, no malato”, rispose sarcastico. Venendo da lui, l’espressione mi colpì, ma non sapevo cosa dire. Magari Germano era davvero messo male. “Ha la prostata e va ancora in giro a fare il torello. C’è da piangere”. Spostò la sedia e ci si mise a cavalcioni. “Tu la conosci sua moglie?” mi chiese. “La moglie di Germano? Mi pare di no”. Si spazientì. “O la conosci o non la conosci”. “Non la conosco”, ammisi. “Be’, è un’istruttrice subacquea”, disse. “Ha un fisico della madonna, potrebbe avere gli uomini a schioccadita. E invece si fa mettere le corna”. “Direi che è un problema suo”, osservai. “È un problema anche mio, se mi tengono qua dentro”, ribattè. “Poi stamattina mi ero organizzato per andare a pescare”. “Mi dispiace”. Prese la spugna e la strizzò sul tavolo. “Tu hai finito?”, disse.
“Se non c’è altro, sì”. “Cosa sei, un carabiniere? Dai lèvati dai piedi”. Andai a cambiarmi, uscii dal reparto e attraversai il piazzale ancora deserto. Schivando i pezzi di barbabietole cadute dai camion mi diressi in portineria. C’era il solito movimento del cambio turno, con degli operai che entravano all’ultimo minuto, qualcuno intorno alla macchina del caffè, mentre un capannello aspettava il fischio della sirena davanti all’orologio. Il Prete, in prima fila, si faceva aria con il cartellino. Quando mi vide mi chiamò. “Ehi, Corrado! Venerdì abbiamo appuntamento col dottore”, disse, e mi fece vedere un ciclostilato appeso con una calamita alla macchina del caffè. “Leggi qua: nove settembre ore 13.30, visita medica per i reparti essiccamento polpa e caldaie. Quando vogliono sono precisi. Ma per te ci siringano anche?” “Non lo so”. “A me non va tanto. Tra parentesi, se uno è anemico, levargli due dita di sangue rompe il cazzo”. “Perché, sei anemico?” “Sono sano come un pesce, era un esempio. Però mi scoccia farmi mettere le mani addosso”. “Non credo siano interessati a stuprarti”, dissi. “Ma come, un così bel ragazzo?” ghignò. Alle sei i cancelli vennero aperti, e fuori la coda dei camion cominciò a muoversi. “Ci diamo una mossa a marcare?” chiese uno. Il Prete alzò gli occhi verso l’orologio: “Vieni a fare colazione alla Tazza d’oro?” mi domandò. “No, sono stanco”. “La Tazza d’oro è chiusa oggi”, rispose uno dal mucchio. “Non mi risulta. Andrò da solo”, disse il Prete. Timbrò il cartellino e si allontanò verso il parcheggio.