Archive for the 'Scrittori' Category

Un uomo d’altri tempi

Ho una passione per Raymond Chandler. Sarà anche vero che le trame dei suoi libri non si ricordano, ma leggere una pagina a caso di uno qualsiasi dei romanzi con Philip Marlowe per me è sempre un godimento. Se l’avessi conosciuto, credo che gli avrei chiesto in ginocchio di scrivere il mio epitaffio. Per dire la fiducia. Insomma, datemi Chandler a colazione, pranzo o cena, non sbagliate mai. E in mancanza dell’originale mi vanno bene anche i suppergiù, se sono fatti come si deve. Proprio oggi ho letto una storia che è un più che dichiarato omaggio a Marlowe e alla sua epoca, con un protagonista che somiglia come una goccia d’acqua a Robert Mitchum (che interpretò il detective di Chandler due volte al cinema), gira in trench e cappello e appena entrato in scena si mette nei guai, per senso dell’amicizia e per una bella donna. Come Marlowe è un duro, ma spara soltanto quando non può farne a meno. Vive in compagnia di un pennello da barba, qualche whisky e una scacchiera ferma da chissà quanto alla prima mossa. E naturalmente è cinico e disilluso, ma non abbastanza da aver dimenticato le romanticherie (”Se avessi trent’anni di meno ti bacerei” “E se avessi io trent’anni di più?” “Ti avrei baciato molto tempo fa”). Questa storia si intitola “Un uomo d’altri tempi” ed è l’episodio numero 115 di Julia.

Tra dire e fare

Sapevamo che non avremmo potuto muoverci prima di un paio di giorni. La tempesta aveva danneggiato gli strumenti di bordo e inclinato l’albero maestro, e ci aveva fatto dannare per riuscire a mantenere una rotta decente. Eravamo tutti molto stanchi e arrabbiati. Seduto, con il vento che mi pungeva le guance, mi guardai intorno. Pesci grandi e piccoli erano stati scagliati sul ponte e splendevano nel sole come pezzi di alluminio. Un barile rotolava senza sosta, mosso dal beccheggio. Avrei voluto infilare la nave in una bottiglia e prendere il mare al più presto. Ma non ero un padreterno di scrittore alla fine di un racconto, così mi alzai e aiutai gli altri a ripulire.

Rien ne va plus

Ho un debole per i finali dei romanzi. Voglio dire proprio le ultimissime righe, quelle che non servono a sciogliere i nodi della trama, né a svelare misteri, se ce n’erano. Li preferisco agli incipit, perché non devono persuadermi ad andare avanti a leggere. Ormai quel che è stato è stato, non c’è bisogno di trucchi. Sono, per farla breve, delle parole a perdere. Eppure, loro malgrado, spesso riassumono in modo esemplare il tono di un libro. Capisco che non è sensato cominciare a sfogliare un romanzo dall’ultimo capoverso, nemmeno io ci provo, ma sono convinto che così ci si risparmierebbe più di una delusione. Detto ciò, il miglior finale che abbia mai letto è senz’altro quello di “Addio, mia amata”, di Raymond Chandler:

Scesi in strada e uscii sul marciapiede del Municipio. Era una giornata fresca e limpida. Si riusciva a vedere lontano, lontanissimo. Ma Velma era andata molto più lontano.

Oppure, è una bellezza la fine di “Agata e Pietra Nera”, di Ursula K. Le Guin:

Agitò la mano al di là del vetro sporco mentre il treno si muoveva. Non feci il numero dello scimmione. Stetti lì e feci il numero dell’umano, meglio che potei.

E poi, va be’, ho sempre trovato incantevoli le ultime righe di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, di Enrico Brizzi:

Ma sì, ma sì, lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre. Se ha gli occhi un pochino lustri, è per via che il vecchio Alex, quando fila così come il vento *

* Io lo so che questa, il mio censore di riferimento non me la farà passare liscia.

Oi regaloi

“Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte”. Così scriveva Truffaut, immaginando probabilmente una vita in vacanza perpetua. Qua le feste arrivano e passano in un lampo, e la lista è più breve.

1 film: “The incredible shrinking man, di Jack Arnold. Dal romanzo “Tre millimetri al giorno” di Richard Matheson. La storia di un uomo che comincia a rimpicciolire senza scampo, diventando poco a poco un nano imbarazzante per la famiglia, poi un diversivo per gatti, poi una preda per gli insetti, poi… Il film è del 1957, quindi gli effetti speciali fanno tenerezza, ma il risultato è ugualmente struggente, e l’angoscia palpabile. Mai uscito da noi in dvd, eppure nell’edizione inglese, vai a sapere perchè, c’è anche il doppiaggio italiano.

1 libro: “Conversazioni con Billy Wilder”. Costa un Perù, ma vale fino all’ultimo centesimo. Cameron Crowe (il regista di Jerry Maguire e Almost famous) a colloquio con un re del cinema. La curiosità di Crowe è insaziabile. Wilder fa finta di essere un po’ scocciato, invece le racconta tutte su mezzo secolo di lavoro a Hollywood, ed è spietatamente divertente. Poi decide di fare il sentimentale, e allora scioglie i sassi: “Audrey mi ha fatto cambiare idea sul matrimonio. Sono molto contento di averla sposata. Specie ora, che ho superato i novant’anni. Sa, è come un bel lieto fine”.

1 disco: “Sufjan Stevens presents Songs for Christmas”. Cofanetto con 42 canzoni di Natale in 5 cd, divise tra originali e classici reinterpretati (alcuni anche più di una volta), e miniposter della famiglia Stevens accanto all’albero e a un Babbo Natale gonfiabile. Dolce e melodioso, con qualche coretto storto per non far troppo la figura dei pezzi di pane. Ma tanto Sufjan Stevens, più fa dischi, più bisogna dirgli bravo.

Norman Mailer (1923-2007)

Per un bel pezzo Norman Mailer ha mantenuto un’aria da duro. Negli ultimi anni invece sembrava uno gnomo invecchiato. A me piaceva con tutte e due le espressioni. Di lui so che era un intellettuale rompiscatole, che beveva, fumava e andava a donne. So che una volta si candidò a sindaco di New York, che un’altra volta fu arrestato per aver accoltellato la moglie. E che nel ‘74 andò a Kinshasa, in Zaire, e raccontò il match di pugilato Alì-Foreman con un piglio da guerra di Troia. Ma soprattutto, è suo il primo libro che ho letto portandomelo dietro ovunque, come un cagnolino, finchè non sono arrivato alla fine. Era “Il canto del boia”, con cui vinse il Pulitzer nel 1979. Un affare di un migliaio di pagine, ma impossibile da metter giù. In un certo senso, con Mailer ho scoperto la potenza della letteratura. Perciò, caro Norman, queste undici righe te le dovevo proprio.

Re minore

Quando Dino Sarti era Dino Sarti, 50mila persone andavano a sentirlo cantare e raccontare storie in Piazza Maggiore a Bologna, la vigilia di ogni ferragosto. Io ero un ragazzino, l’avevo visto un paio di volte in televisione atteggiarsi come un capopopolo sul palco, e non mi piaceva. Mi sembrava un piccolo sbruffone, con la camicia troppo sbottonata e lo sguardo da tartaruga. Mio padre diceva che era un artista, ma secondo lui ai Sex Pistols avrebbero dovuto togliere i diritti civili, quindi non poteva intendersene. Sbagliavo naturalmente, ma ho cominciato a capirlo più di vent’anni dopo, quando in cantina, dietro dei volumi di un’enciclopedia medica, ho trovato un suo libro, Il tango è imbecille?, e l’ho letto in un giorno ridendo come un matto.

Un giorno incontro Ballandi, il mio impresario… e mi dice: - senti Sarti, stai attraversando un buon momento, i gestori dei locali dicono che fai guadagnare… però, scusa la franchezza, debbo dirti che per essere un artista ti vesti in modo anonimo, cravatta, giacca, camicia bianca, potresti essere scambiato benissimo per uno qualsiasi, e invece ti si deve riconoscere subito. Sai chi è quello lì? è Dino Sarti, quello del tango imbezèl! Vestiti in un altro modo, di tela, di gins! ci vuole della tela per riuscire in palcoscenico!… Dalla, Venditti, De Gregori, Baglioni, Cocciante, Battisti, li hai mai visti in cravatta e con dei pantaloni normali? cosa credi, che non abbiano i soldi per comprarseli? Caro Dino, se non ti metti in gins non andrai mai nei dischi caldi. in hit parèid poi neanche a parlarne. Ciao Sarti, ci vediamo giovedì sera al Chivi di Piumazzo, pensa a quello che ti ho detto. Pensaci seriamente.

Dopo ho ascoltato le canzoni, leggere e swinganti e anche quelle con il gusto della chiacchiera di paese: “Spomèti”, l’operaio del tornio che la sera, imbrillantinato e sicuro del fatto suo (”elegantissimo, basetta lunga, ricciolo pigro sul coppino”), fa voltare tutte le donne; “Viale Ceccarini”, la dolce vita romagnola concentrata nei duecento metri della strada più famosa di Riccione; “I love you cucombra”, “La donna in estate”, “A vagh a Neviòrk”. Ma Sarti non la buttava sempre in burla. Se uno sente “I vic”, versione in dialetto bolognese di “Les vieux” di Jacques Brel, e non gli scappano due lacrime, è inutile che porti gli occhi. Provinciale com’era - e con vanto - arrivò a suonare persino in Iran, davanti allo Scià.

Dino Sarti è morto nel febbraio di quest’anno; era malato da tempo e sembra che anche a soldi non se la passasse tanto bene. Di lui Zavattini scrisse che aveva “gli occhi color coglione, cioè di un colore che hanno solo i poeti”.

Un amico, un certo Ego

Da Seia si parla di stroncature, di chi se la lega al dito e poi di chi se la lega al dito, ma con ironia. In proposito Raymond Chandler, che a differenza di Philip Marlowe non sapeva stare al mondo, in una delle sue lettere scrive “Qualsiasi cosa uno faccia, gli arrivano mazzate sulla testa, e generalmente sulla parte scoperta”. Comunque, va bene Eco, va bene Stacchia, al limite va bene anche Babsi Jones, ma le parole definitive sull’argomento, secondo me, le ha pronunciate Anton Ego, l’inquietante critico gastronomico nel film più bello del 2007, cioè Ratatouille. Ah, le cinèma.

Siamo tutti gli intellettuali di qualcuno

Ho un amico che considera la lettura l’ultimo dei passatempi. Avrà un centinaio di libri, tò, centoventi, la maggior parte dei quali sulla storia della Romagna, più qualche best seller, qualche giallo che l’ho obbligato a comprare, e Hemingway al completo (chissà perchè). Preferisce la pallavolo, il restauro di vecchi mobili, andare alle feste dell’Unità d’estate, in giro per rocche e castelli d’inverno, ecc ecc. Dice “Se non ho di meglio da fare dammi pure un libro. Altrimenti sono contrario”. Tempo fa il suo vicino gli è entrato in casa per chiedere se aveva da dargli dell’aceto. Davanti alle tre mensole belle piene di volumi ha fatto un fischio ammirato.

“Non li avrai mica letti tutti?”, ha domandato.

“Be’… sì”, ha risposto il mio amico, credo vergognandosi un po’.

Il vicino ha annuito pensoso, come cercando una spiegazione per quello strano fenomeno. Ha afferrato la bottiglia di aceto per il collo, sempre con gli occhi alle mensole.

“D’altronde, tua mamma faceva la maestra elementare”, ha chiarito infine a sè stesso. E se n’è andato.

Gil Brewer

La bionda di Jig era diversa, almeno in parte. La sentivo ingorda e violenta e al tempo stesso cauta come se si fosse corazzata contro l’imprevisto. Naturalmente all’esterno era tutto uno splendore, quasi tutte le donne del suo genere sanno riverniciarsi a dovere e bisogna scavare un bel po’ per ritrovare, sotto sotto, la giungla primitiva.

Questo è un esempio, dal romanzo “Ricca e morta”, della prosa secca e dritta al punto di Gil Brewer. Fra tutti gli scrittori noir, il suo è il nome più ingiustamente dimenticato. Nato in Florida nel 1922 e morto sfatto e alcolizzato nel 1983, Gil Brewer, in dieci anni abbondanti di produzione ossessiva, scrisse più di trenta romanzi. Il suo esordio nel ‘51, “Satana è una donna”, fu il primo paperback negli Stati Uniti a vendere un milione di copie. Era uno degli scrittori di punta, insieme a Charles Williams, David Goodis, Day Keene, della Gold Medal, l’etichetta specializzata in crime novels da 25 centesimi e quasi altrettanti omicidi l’uno. Poi, tramontato il decennio noir per eccellenza, i lettori si disaffezionarono alle sue storie; lui tentò di sciogliere la frustrazione andando a vivere con la moglie Verlaine nel caldo della California e poi nel New Mexico, dove cominciò a bere e non smise più. Scrisse ancora qualche libro, che riuscì con fatica e solo sotto pseudonimo a pubblicare, compreso un apocrifo di Ellery Queen di poco conto, e dal 1976 nemmeno una riga. Al meglio, Gil Brewer sapeva essere essenziale e torbido nella stessa frase, e scriveva dialoghi svelti, cattivi e mai ridondanti. Naturalmente i suoi romanzi sono spesso popolati di dark ladies (be’, non tutti: per esempio in “L’assassino è in giro” i protagonisti sono un chirurgo psicopatico e una coppia di fidanzati presa in ostaggio), ma il suo interesse si concentra sugli effetti della loro presenza nella psiche degli uomini che incontrano, e questo ne fa uno scrittore diverso e più originale di molti altri del periodo. In Italia i libri di Brewer furono pubblicati nella collana del brivido di Longanesi, la parente perversa (per l’epoca) dei gialli Mondadori, ma da allora nessuno ha avuto voglia di rimetterli in circolazione. E io divento scemo a cercarli.

“Mi spiace”, disse il piccoletto, e si schiarì la gola. Fu come se qualcuno avesse sbriciolato una foglia secca tra le dita.

Aki Kaurismäki

di Peter von Bagh (Isbn Edizioni, 2007)

Il sottotitolo è: “Dialogo sul cinema, la vita, la vodka”. In effetti in queste conversazioni con Peter von Bagh la vodka viene nominata solo di striscio, anche se c’è un capitolo dedicato al consumo di acquavite dei finlandesi; mentre la vita, secondo Kaurismäki, sta almeno due o tre gradini sotto i film (“Il cinema è indispensabile, non la vita. Il mondo merita forse di essere salvato per qualche altro motivo che non sia il cinema?”). Ciononostante il libro è bellissimo, e non gli manca niente. Aki Kaurismäki è finlandese, ha 50 anni. Gira film di solito brevi, nei quali si parla poco e dove sono bandite le scene madri (“Non ho mai voluto dare pubblicamente indicazioni agli attori. L’unico principio inderogabile che ho è che quando qualcuno si mette visibilmente a recitare io do lo stop immediatamente”). I protagonisti di Kaurismäki sono quasi sempre dei perdenti: disoccupati, meccanici, camerieri, spazzini, spesso dotati di una laconica forza d’animo e di un funereo senso dell’umorismo. In un suo film tutti i personaggi, una dozzina, si chiamano Frank, e vi si racconta il loro viaggio, ovviamente accidentato, da un quartiere a un altro di Helsinki; in un altro è descritta la vita parigina di tre bohèmien. Ma ha girato anche un noir muto (Juha) e adattamenti da Dostojevski (Delitto e castigo) e Shakespeare (Amleto si mette in affari). Qui Peter von Bagh li analizza uno per uno, fa osservazioni, chiede, e le risposte del regista sul suo mestiere sono non di rado fulminanti (“La cosa più naturale, per me, è un personaggio davanti a un muro. O, meglio ancora, soltanto un muro”; oppure: “Un personaggio che non ha alcun problema è come una foglia che non si agita al vento”). Chi ha familiarità con i film di Kaurismäki troverà una miriade di spunti per capirli meglio, ma chi non lo conosce è favorito, perchè non potrà che restare affascinato dalla sua surreale lucidità.

ps. Nel giugno del 1993 la band prediletta di Kaurismäki, i Leningrad Cowboys, tenne un concerto insieme al coro dell’Armata rossa nella piazza del senato di Helsinki, davanti a 70.000 persone “vacillanti di felicità”. Kaurismäki filmò l’evento. E questo video, davanti al quale non si sa bene se ridere o commuoversi, è per me lo specchio perfetto di quel che il suo cinema riesce a comunicare.

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