Questo post che parla del mio nuovo bagno, di mio padre e di questo libro lo pubblico qui perché il romanzo me l’ha regalato Alberto e so che sarà contento di trovarlo visto che è uno dei suoi libri preferiti.
Ieri ho montato tutto da sola (quasi) un pensile del bagno nella casa nuova (a proposito il mio bagno è meraviglioso).
Non avevo mai toccato una chiave a brucola e nemmeno avevo idea che esistesse, né sapevo cosa fosse uno stopper o che ci fossero così tante misure per le punte del trapano.
Mi è capitato di vincere dei premi per delle cose che ho scritto in passato, di prendere soldi per i miei articoli o le ricerche, di ricevere complimenti, offerte interessanti, incoraggiamenti da persone che stimo e che “sanno”, ma nessuna di queste cose mi ha mai procurato una soddisfazione pari a quella di vedere appeso il mio pensile.
Pensavo di essere priva di manualità, di non avere forza sufficiente per stringere viti e bulloni o abbastanza precisione per tenere fermo un cacciavite e scoprire di poterlo fare è una piacevole sorpresa. Resto però dell’idea che in genere se uno si può risparmiare certe fatiche è sempre meglio.
Solo che mio padre sta facendo tutto da solo, non ha voluto operai in giro per casa, vuole essere sicuro che i lavori vengano fatti a regola d’arte e - tale padre tale figlia - nella sua mente lui è l’unico che può garantire questo risultato. E devo dire che lo penso anche io.
Quindi ho deciso di aiutarlo e penso che sia stato vederlo sorridere mentre m’impiccavo con la chiave a brucola a farmi piacere e anche sentirgli dire che ero stata brava per essere “la signorina TuMistufi”.
Abbiamo lavorato assieme per ore - certo nel tempo in cui lui ha montato la doccia, fissato i bastoni e i binari per le tende in quattro stanze, sistemato i cavi lungo tutto il corridoio e cambiato la serratura della porta esterna io ho solo assemblato il pensile(!) - e parlato a lungo. Ha evocato alcuni aneddoti del suo lavoro, che prima odiava e che da quando è in pensione quasi rimpiange, e mentre raccontava delineava un’epoca, un mondo intero che a me sembra così lontano: le ore in piedi davanti alle macchine, rumori assordanti, i pezzi roventi da maneggiare con cura, i tempi tecnici dei macchinari da imparare per non farsi ferire, le pause scandite dalla sirena, i turni massacranti, il cibo pessimo della mensa (da quando l’appalto era stato vinto da una ditta che si faceva pagare meno) e il panino che faceva sfrigolare sul motore della pressa per renderlo croccante e far sciogliere il formaggio, l’eternit dei capannoni, il freddo d’inverno e il caldo d’estate, le lotte sindacali, i diritti conquistati e le garanzie negate.
Lui parlava e a me veniva in mente Tuta blu di Tommaso Di Ciaula e quando siamo tornati a casa gliel’ho dato da leggere: “Che figlia intellettuale che ho. Che farai quando dovrai far funzionare la lavatrice, andrai a vedere se ci hanno scritto un libro sopra?” è stato il suo commento compiaciuto, in fondo - abbastanza in fondo - gli piace avere una figlia “che non sa fare niente, ma come parla bene…”
Non l’ha ancora finito, ma stamattina il libro era aperto su queste pagine:
“Oggi con la scusa che comincia a fare caldo hanno verniciato tutte le vetrate del soffitto. Le hanno verniciate con un brutto blu. Che nemmeno un filo di luce vergine deve arrivare agli operai. Nemmeno un filo di sole. Essi devono stare all’ombra, non debbono vedere niente, nemmeno un filo d’erba. Non parliamo di un papavero. Altrimenti questi operai impazziscono e non riusciamo più a frenarli. Io sto nel mio angolo buio buono buono, con gli occhi sbarrati, ogni tanto ridacchio, non sanno che io la primavere la sento dall’odore, ho un odorato fino io, come un cane da caccia. Sto dietro una pila di ferro che sembra un muro, la testa mi duole, un’antica nenia contadina mi affiora nel cervello, mi fa piangere. Vorrei scappare ma non posso, eppure non ci sono cani alle soglie.”
(p. 74-75, edizione “Millelire” di “Stampa Alternativa”, 1994)
Tuta blu non è un capolavoro, non è nemmeno scritto tanto bene, non c’è una struttura che sorregge la storia e a ben guardare non c’è nemmeno una storia: è una sorta di diario (scritto tra il 1975 e il 1976 e pubblicato da Feltrinelli nel 197
di un operaio trentaseienne di Modugno, alla periferia industriale di Bari arrabbiato contro il sistema - “Ci vorreste tutti idioti robot vicino alle macchine, ma noi abbiamo una testa” -, il padrone, il governo, gli altri operai che l’abbassano la testa - “Che cosa aspettiamo per mettere su queste macchinette le scimmie? (…) le scimmie in fabbrica e gli operai sugli alberi. A volte mi pare che siamo più stupidi delle scimmie” - e la civiltà dei consumi. Ma è un libro importante, per la prima volta le tute blu - la definizione viene proprio dal libro di Di Ciaula - avevano una voce che non fosse quella istituzionale e mediata dei sindacati o quella eversiva degli scioperi e dei manifestanti. Uno di loro li raccontava da vicino, ne spiegava le fatiche e i dolori, le esigenze e le speranze continuamente frustrate e conduceva il lettore nella vita quotidiana di coloro che in gran parte mandavano avanti il paese, la parte produttiva e bistrattata di una società allo sfascio.
Nel suo monologo Di Ciaula rende anche un’accorata testimonianza dei disastri ambientali provocati dalla trasformazione dalla civiltà contadina in quella industriale e descrive questo passaggio con continui rimandi alla vita dei suoi nonni e ai ricordi della sua infanzia. Un libro Tuta blu che ha anche valore di documento storico e sociale, più che letterario.
Il linguaggio è infatti scarno, essenziale, elementare a volte, ci sono ingenuità e qualche concessione di troppo all’amarcord forse - “Certe corse in bicicletta chi può scordarle mai: a gruppi per i viottoli lunari a respirare nebbia azzurra e cantavano le rane e gli uccelli notturni” - e quell’idea della lotta di classe, con gli operai tutti buoni e i padroni tutti meschini, è magari un po’ datata (solo un po’ però visto la storia recente della “Fiat” o della “Good-year” per fare qualche esempio e le vicende di dismissioni che hanno interessato vaste aree industriali del sud), ma la forza evocativa di Di Ciaula resta ancora intatta, quello slancio istintivo e vitalistico, il livore delle frasi lanciate come sentenze, la forza di chi non si è lasciato corrompere e ancora ci credeva che le cose potessero e dovessero cambiare, l’urgenza di scrivere e testimoniare, forse per non soffocare nel rancore e nell’indignazione.
All’epoca Tuta blu è stato un vero caso letterario (anche perché il valore di quello che si pubblicava in giro non era un granché) e ha fatto il giro del mondo anche in adattamenti teatrali e cinematografici, è stato tradotto in Francia, Messico, Cuba, Spagna, Unione Sovietica e Germania e poi è caduto nell’oblio fino al 2003, quando un piccole editore veneto, Zambon, non l’ha ristampato mantenendo la bella prefazione originale di Paolo Volponi e ripristinando il sottotitolo “Ire, ricordi e sogni di un operaio del sud” (Zambon editore, 138 pagine, 15,00 euro).
Per tornare a noi, non vorrei passare per quella che pensa che gli operai siano migliori di altri o che innalza l’elegia al lavoro di fatica: sia chiaro che se mi dovesse mai toccare la sfiga di svolgere un lavoro manuale so che morirei di stenti dopo una settimana: resto sempre la signorina “TuMiStufi” di mio padre.
Seia