Archive for the 'Seia' Category

Rien ne va plus

Ho un debole per i finali dei romanzi. Voglio dire proprio le ultimissime righe, quelle che non servono a sciogliere i nodi della trama, né a svelare misteri, se ce n’erano. Li preferisco agli incipit, perché non devono persuadermi ad andare avanti a leggere. Ormai quel che è stato è stato, non c’è bisogno di trucchi. Sono, per farla breve, delle parole a perdere. Eppure, loro malgrado, spesso riassumono in modo esemplare il tono di un libro. Capisco che non è sensato cominciare a sfogliare un romanzo dall’ultimo capoverso, nemmeno io ci provo, ma sono convinto che così ci si risparmierebbe più di una delusione. Detto ciò, il miglior finale che abbia mai letto è senz’altro quello di “Addio, mia amata”, di Raymond Chandler:

Scesi in strada e uscii sul marciapiede del Municipio. Era una giornata fresca e limpida. Si riusciva a vedere lontano, lontanissimo. Ma Velma era andata molto più lontano.

Oppure, è una bellezza la fine di “Agata e Pietra Nera”, di Ursula K. Le Guin:

Agitò la mano al di là del vetro sporco mentre il treno si muoveva. Non feci il numero dello scimmione. Stetti lì e feci il numero dell’umano, meglio che potei.

E poi, va be’, ho sempre trovato incantevoli le ultime righe di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, di Enrico Brizzi:

Ma sì, ma sì, lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre. Se ha gli occhi un pochino lustri, è per via che il vecchio Alex, quando fila così come il vento *

* Io lo so che questa, il mio censore di riferimento non me la farà passare liscia.

Ieri sposi

Be’, non so se mi spiego, io c’ero al matrimonio di Seia Montanelli e Davide Malesi. Voi no, perciò sappiate almeno che:

La sposa era bellissima. Dietro l’altare, un murales a parete intera con un Cristo dipinto tra due fette di pane giganti mi ha ipnotizzato per quasi tutta la durata della cerimonia. Il prete officiante, in piedi al centro della navata un minuto prima dell’ingresso in chiesa di invitati e sposi, aveva una mano levata al cielo nell’atto di benedire, e con l’altra trafficava al telefonino. Lo sposo ha letto per primo la formula di rito (Io prendo te come mia legittima… ecc. ecc.) con una voce ferma che dava benissimo l’idea del per sempre e, davvero, mi ha un po’ commosso. Un fotografo rasta, coadiuvato da un tizio col codino che gli reggeva flash e doppio flash, avrà scattato all’incirca un milione di foto. La sposa, non è che ne volesse sapere tanto di fare le cose a comando - ma va? -, e così di fianco al camino acceso del ristorante, all’ennesima richiesta del rastaman, se n’è uscita con un Famo presto che me sto a còce. Quando si dice chiudere un discorso. Il pranzo era squisito, ma non ho memoria per i menu, quindi accontentatevi di sapere che lo era. La prima bottiglia di Nero d’Avola è andata giù che era un piacere, la seconda anche di più (per questo, chiedere conferma a Glenn). Calate le prime ombre della sera, per motivi ferroviari ho dovuto andar via e mi sono perso la torta nuziale. Uscendo, ho deciso finalmente di presentarmi ai parenti stretti (un bifolco è un bifolco è un bifolco), e poi mi sono girato a dare un’ultima occhiata alla sposa. Che, come al principio della storia, era sempre bellissima (io, se non chiudo i cerchi, non sono mica contento).

Un amico, un certo Ego

Da Seia si parla di stroncature, di chi se la lega al dito e poi di chi se la lega al dito, ma con ironia. In proposito Raymond Chandler, che a differenza di Philip Marlowe non sapeva stare al mondo, in una delle sue lettere scrive “Qualsiasi cosa uno faccia, gli arrivano mazzate sulla testa, e generalmente sulla parte scoperta”. Comunque, va bene Eco, va bene Stacchia, al limite va bene anche Babsi Jones, ma le parole definitive sull’argomento, secondo me, le ha pronunciate Anton Ego, l’inquietante critico gastronomico nel film più bello del 2007, cioè Ratatouille. Ah, le cinèma.

Chi fa da sé… si stanca tanto

Questo post che parla del mio nuovo bagno, di mio padre e di questo libro lo pubblico qui perché il romanzo me l’ha regalato Alberto e so che sarà contento di trovarlo visto che è uno dei suoi libri preferiti.

Ieri ho montato tutto da sola (quasi) un pensile del bagno nella casa nuova (a proposito il mio bagno è meraviglioso).

Non avevo mai toccato una chiave a brucola e nemmeno avevo idea che esistesse, né sapevo cosa fosse uno stopper o che ci fossero così tante misure per le punte del trapano.

Mi è capitato di vincere dei premi per delle cose che ho scritto in passato, di prendere soldi per i miei articoli o le ricerche, di ricevere complimenti, offerte interessanti, incoraggiamenti da persone che stimo e che “sanno”, ma nessuna di queste cose mi ha mai procurato una soddisfazione pari a quella di vedere appeso il mio pensile.

Pensavo di essere priva di manualità, di non avere forza sufficiente per stringere viti e bulloni o abbastanza precisione per tenere fermo un cacciavite e scoprire di poterlo fare è una piacevole sorpresa. Resto però dell’idea che in genere se uno si può risparmiare certe fatiche è sempre meglio.

Solo che mio padre sta facendo tutto da solo, non ha voluto operai in giro per casa, vuole essere sicuro che i lavori vengano fatti a regola d’arte e - tale padre tale figlia - nella sua mente lui è l’unico che può garantire questo risultato. E devo dire che lo penso anche io.

Quindi ho deciso di aiutarlo e penso che sia stato vederlo sorridere mentre m’impiccavo con la chiave a brucola a farmi piacere e anche sentirgli dire che ero stata brava per essere “la signorina TuMistufi”.

Abbiamo lavorato assieme per ore - certo nel tempo in cui lui ha montato la doccia, fissato i bastoni e i binari per le tende in quattro stanze, sistemato i cavi lungo tutto il corridoio e cambiato la serratura della porta esterna io ho solo assemblato il pensile(!) - e parlato a lungo. Ha evocato alcuni aneddoti del suo lavoro, che prima odiava e che da quando è in pensione quasi rimpiange, e mentre raccontava delineava un’epoca, un mondo intero che a me sembra così lontano: le ore in piedi davanti alle macchine, rumori assordanti, i pezzi roventi da maneggiare con cura, i tempi tecnici dei macchinari da imparare per non farsi ferire, le pause scandite dalla sirena, i turni massacranti, il cibo pessimo della mensa (da quando l’appalto era stato vinto da una ditta che si faceva pagare meno) e il panino che faceva sfrigolare sul motore della pressa per renderlo croccante e far sciogliere il formaggio, l’eternit dei capannoni, il freddo d’inverno e il caldo d’estate, le lotte sindacali, i diritti conquistati e le garanzie negate.

Lui parlava e a me veniva in mente Tuta blu di Tommaso Di Ciaula e quando siamo tornati a casa gliel’ho dato da leggere: “Che figlia intellettuale che ho. Che farai quando dovrai far funzionare la lavatrice, andrai a vedere se ci hanno scritto un libro sopra?” è stato il suo commento compiaciuto, in fondo - abbastanza in fondo - gli piace avere una figlia “che non sa fare niente, ma come parla bene…”

Non l’ha ancora finito, ma stamattina il libro era aperto su queste pagine:

“Oggi con la scusa che comincia a fare caldo hanno verniciato tutte le vetrate del soffitto. Le hanno verniciate con un brutto blu. Che nemmeno un filo di luce vergine deve arrivare agli operai. Nemmeno un filo di sole. Essi devono stare all’ombra, non debbono vedere niente, nemmeno un filo d’erba. Non parliamo di un papavero. Altrimenti questi operai impazziscono e non riusciamo più a frenarli. Io sto nel mio angolo buio buono buono, con gli occhi sbarrati, ogni tanto ridacchio, non sanno che io la primavere la sento dall’odore, ho un odorato fino io, come un cane da caccia. Sto dietro una pila di ferro che sembra un muro, la testa mi duole, un’antica nenia contadina mi affiora nel cervello, mi fa piangere. Vorrei scappare ma non posso, eppure non ci sono cani alle soglie.”

(p. 74-75, edizione “Millelire” di “Stampa Alternativa”, 1994)

Tuta blu non è un capolavoro, non è nemmeno scritto tanto bene, non c’è una struttura che sorregge la storia e a ben guardare non c’è nemmeno una storia: è una sorta di diario (scritto tra il 1975 e il 1976 e pubblicato da Feltrinelli nel 197 8) di un operaio trentaseienne di Modugno, alla periferia industriale di Bari arrabbiato contro il sistema - “Ci vorreste tutti idioti robot vicino alle macchine, ma noi abbiamo una testa” -, il padrone, il governo, gli altri operai che l’abbassano la testa - “Che cosa aspettiamo per mettere su queste macchinette le scimmie? (…) le scimmie in fabbrica e gli operai sugli alberi. A volte mi pare che siamo più stupidi delle scimmie” - e la civiltà dei consumi. Ma è un libro importante, per la prima volta le tute blu - la definizione viene proprio dal libro di Di Ciaula - avevano una voce che non fosse quella istituzionale e mediata dei sindacati o quella eversiva degli scioperi e dei manifestanti. Uno di loro li raccontava da vicino, ne spiegava le fatiche e i dolori, le esigenze e le speranze continuamente frustrate e conduceva il lettore nella vita quotidiana di coloro che in gran parte mandavano avanti il paese, la parte produttiva e bistrattata di una società allo sfascio.

Nel suo monologo Di Ciaula rende anche un’accorata testimonianza dei disastri ambientali provocati dalla trasformazione dalla civiltà contadina in quella industriale e descrive questo passaggio con continui rimandi alla vita dei suoi nonni e ai ricordi della sua infanzia. Un libro Tuta blu che ha anche valore di documento storico e sociale, più che letterario.

Il linguaggio è infatti scarno, essenziale, elementare a volte, ci sono ingenuità e qualche concessione di troppo all’amarcord forse - “Certe corse in bicicletta chi può scordarle mai: a gruppi per i viottoli lunari a respirare nebbia azzurra e cantavano le rane e gli uccelli notturni” - e quell’idea della lotta di classe, con gli operai tutti buoni e i padroni tutti meschini, è magari un po’ datata (solo un po’ però visto la storia recente della “Fiat” o della “Good-year” per fare qualche esempio e le vicende di dismissioni che hanno interessato vaste aree industriali del sud), ma la forza evocativa di Di Ciaula resta ancora intatta, quello slancio istintivo e vitalistico, il livore delle frasi lanciate come sentenze, la forza di chi non si è lasciato corrompere e ancora ci credeva che le cose potessero e dovessero cambiare, l’urgenza di scrivere e testimoniare, forse per non soffocare nel rancore e nell’indignazione.

All’epoca Tuta blu è stato un vero caso letterario (anche perché il valore di quello che si pubblicava in giro non era un granché) e ha fatto il giro del mondo anche in adattamenti teatrali e cinematografici, è stato tradotto in Francia, Messico, Cuba, Spagna, Unione Sovietica e Germania e poi è caduto nell’oblio fino al 2003, quando un piccole editore veneto, Zambon, non l’ha ristampato mantenendo la bella prefazione originale di Paolo Volponi e ripristinando il sottotitolo “Ire, ricordi e sogni di un operaio del sud” (Zambon editore, 138 pagine, 15,00 euro).

Per tornare a noi, non vorrei passare per quella che pensa che gli operai siano migliori di altri o che innalza l’elegia al lavoro di fatica: sia chiaro che se mi dovesse mai toccare la sfiga di svolgere un lavoro manuale so che morirei di stenti dopo una settimana: resto sempre la signorina “TuMiStufi” di mio padre.

Seia

Il sorriso di Van Dyke Parks

Questo lo posto in contumacia dell’autore che è altrove a farsi le vacanze e mi ha lasciato le chiavi di casa sua. E’ stato pubblicato tempo fa su Medicine-Show (che riposi in pace) e a me piace un bel po’.

Seia

Van Dyke Parks è stato per certi versi un Walt Disney della musica pop. Nelle sue composizioni convivono da sempre nostalgia e sperimentazione, violini zuccherosi e armonie strambe, Hollywood e Marte. Nato nel 1943 ad Hattiesburg, nel Mississippi, a vent’anni scriveva testi per i Beach Boys e nel ‘66, quando produsse il primo album di Tim Buckley, era già uno della vecchia guardia. Compositore, arrangiatore, occasionalmente cantante, con quel nome che sembra un cognome ha firmato alcune tra le pagine più vivide e originali della musica americana del ‘900. Van Dyke Parks ha collaborato a una marea di dischi, mettendo per esempio lo zampino negli esordi di Randy Newman e Ry Cooder; ha suonato con i Byrds, Carly Simon e Stan Ridgway, scritto arrangiamenti vocali per i Manhattan Transfer. Persino gli U2, quando hanno avuto bisogno di un pugno d’archi in All I want is you, si sono rivolti a lui, e ne è venuto fuori un pezzo splendido, di una malvagia dolcezza.

Nei pochi dischi di inediti registrati in proprio - appena quattro nell’arco di tre decenni, contando anche Orange Crate Art, dove però a cantare era Brian Wilson - è riuscito ugualmente a togliersi più voglie di una donna incinta, combinando musical, folk, country, marcette di ottoni, sbuffi di treni in corsa e aggeggi vari. In Discover America ha celebrato i ritmi dei Caraibi, neanche fosse Harry Belafonte, poi si è inventato un concept album con protagonista un coniglio, Brer Rabbit, eroe della tradizione popolare americana - un po’ come se Morricone avesse composto un concerto grosso per Topo Gigio. Tutto con quel gusto retrò e avventuroso, impossibile da replicare per chiunque. La voce è quella che è, esile, a volte incerta, ma che importa.

Ciononostante, le cinque stelle nella musica di Van Dyke Parks hanno un nome solo: Smile, l’ex disco fantasma di Brian Wilson. La storia è arcinota: a metà degli anni ‘60, Beatles e Beach Boys si davano mazzate a suon di capolavori. Prima venne Rubber soul (il disco di Michelle, per intenderci), superato in tromba dalle magie di Pet sounds, ma Lennon & McCartney se ne uscirono subito dopo con Revolver. Fu a quel punto che Brian Wilson, leader dei Beach Boys, decise di chiudere la questione una volte per tutte e con Van Dyke Parks iniziò a lavorare a quella che avrebbe dovuto essere la sua “sinfonia adolescenziale a Dio”, Smile appunto. La leggenda dice che nello studio di registrazione di casa Wilson non si camminava sulle mattonelle, ma a piedi scalzi sopra tonnellate di autentica sabbia californiana. Purtroppo, quando i Beatles tirarono fuori dal cappello Sgt. Pepper il cervello di Brian Wilson andò in pezzi per la gelosia, e Sancho Panza Parks non potè farci nulla. I nastri di quelle sedute vennero chiusi in un cassetto, e Brian passò mezza vita in cura psichiatrica, continuando a scrivere ancora pezzi “normali” per la band e per sé stesso. Frammenti di Smile finirono in un paio di album dei Beach Boys, col tempo cominciò a girare anche qualche bootleg, ma la successione dei brani era caotica, e l’alfabeto di Smile indecifrabile. Finchè nel 2004 i due compari si sono rituffati nel progetto, e al fantasma è stato tolto il lenzuolo, scoprendo un’opera affascinante, con parti cantate che entrano ed escono da lunghe suite orchestrali, gonfia di musica e parole, eppure senza vere canzoni, se si eccettua Good vibrations. Appartiene a Brian Wilson tanto quanto a Van Dyke Parks, e se non arriva proprio alle altezze di una sinfonia a Dio, almeno a una pesca tra le stelle ci somiglia molto.

Rosso veneziano

In assenza del padrone di casa che mi ha lasciato le chiavi per arieggiare le stanze, mi sposto temporaneamente da quelle parti. Anche perchè per una irrequieta come me a volte cambiare è una necessità!

Attenzione: spoiler!

Di solito ho una fiducia illimitata nelle mie intuizioni letterarie: so sempre se un romanzo mi piacerà o meno, mi basta una pagina, un veloce sguardo alla sinossi, qualche riga di recensione altrui, vaghi commenti qui e li, il materiale che gli uffici stampano allegano al libro quando lo spediscono. E quando mi capita di leggere un brutto libro è perché ho voluto rischiare, magari fidandomi del consiglio di qualcuno autorizzato a darmene, o perché proprio volevo leggerlo, convinta come sono che anche dai cattivi libri s’impari qualcosa: è un esercizio molto utile secondo me, per chi ne parla o li scrive. Capita però che i riflessi si allentino e il sesto senso mi lasci in panne, come in questo periodo e stavo per perdermi un romanzo molto bello che invece mi ha catturato, obbligandomi a finirlo in una notte anche se sfinita. Parlo dell’Amante senza fissa dimora del dinamico duo (ormai dimezzato) Fruttero e Lucentini.

Ho letto diversi libri di F&L e non mi piace il loro stile spesso didascalico, in cui l’autore è sempre presente e guida il lettore per mano senza lasciargli spazio, quelle continue citazioni, i personaggi spesso macchiettistici, i vocaboli sofisticati, inutilmente eleganti, sino al preziosismo più lezioso. Tutte le loro storie si contraddistinguono per un certo compiacimento snobistico e mal celate pretese intellettuali, che nemmeno l’ironia gentile ma arguta che profondono nel dipingere i loro personaggi riescono ad alleggerire. E poi quelle continue digressioni che interrompono il flusso narrativo!

Ci ho messo parecchio ad entrare nella storia dell’Amante senza fissa dimora. Le prime venti pagine mi avevano stancato: il gioco trito e ritrito del doppio punto di vista (che poi diventa addirittura triplo con gli intermezzi della voce del narratore esterno), le descrizioni di Venezia, sempre uguale a se stessa sulla carta, la minuzia con cui gli autori indulgono nei particolari e ancora la contrapposizione tra ricchi e poveri: una rappresentazione di miseria e nobiltà sullo sfondo dei giochi di potere nel mondo dell’arte e dell’antiquariato che sapeva di già letto e proprio dagli stessi F&L.

Ma mi fidavo di chi me l’ha regalato e allora sono andata avanti e all’improvviso il romanzo è diventato una bellissima storia d’amore, brillante e misteriosa, mentre Venezia acquistava un nuovo fascino, memore del suo passato glorioso: la città del Moro fiorisce in queste pagine che ne raccontano i vicoli stretti e bui, come luogo d’incanto e meraviglia, dove ogni cosa acquista sfumature metafisiche e i sentimenti diventano davvero eterni. L’amante senza fissa dimora segue per tre giorni le vicende di un uomo solitario, affascinante, schivo e dalle mille identità - così tante da non averne davvero nessuna – e una donna, pratica, nobile, colta che s’incontrano, s’innamorano e poi si lasciano perché al mondo ci sono cose che sono più grandi degli uomini e dei loro desideri. Ammetto che arrivata in fondo avrei voluto tornare indietro e riscrivere il finale, liberando i due amanti dal destino cinico e baro che li travolge (ci sono giorni in cui vorrei riscrivere persino le ultime pagine del Grande Gatsby!), ma pensandoci bene il finale è la ciliegina un po’ aspra (un’amarena, va) su una torta splendidamente confezionata e farcita con tutte le sfumature dell’amore: lo stupore di scoprirsi innamorati, la passione travolgente, il trasporto sentimentale, la gelosia che acceca, l’abbandono ai sensi e della razionalità, la condivisione, il senso di assoluta unità, la disperazione più nera e un’inattesa felicità.

Lentamente i due autori accompagnano il lettore nel dipanarsi dei sentimenti dei loro protagonisti, con delicatezza e leggerezza, rinviandone l’incontro, che però appare ineluttabile dall’inizio, e quasi si sente nello stomaco il rimescolio e il groviglio delle sensazioni tipiche di quando si è innamorati. Ma non basta, ad arricchire il piatto servito dalla premiata ditta F&L si aggiunge anche il mistero circa la vera identità di Mr Silvera (che è l’amante senza fissa dimora del titolo), la fascinazione esercitata da un passato che ritorna a infestare di fantasmi le vie di Venezia e il senso di’impotenza per il ripetersi millenario di una storia che è diventata leggenda. Su tutto il fluire del tempo, scandito da una scrittura che accelera o rallenta, isola un momento fino a dilatarlo e poi riscatta avanti rendendo tutto frenetico e inesorabile. Come l’amore.La frase da ricordare: “Il primo abbraccio, il primo bacio, la prima notte d’amore non sono niente in confronto con la prima risata che si fa insieme”.

Quant’è vero!

Seia