Verso i dodici, tredici anni, io e un mio amico mettemmo su un’agenzia investigativa. Si chiamava il Club dei Due. Il mio amico, più grande e grosso di me, faceva il capo. Eravamo come Nero Wolfe e Archie Goodwin. Non durò molto, ma riuscimmo comunque a occuparci di un paio di misteri: il mistero della casa disabitata e della chiave sepolta, su cui magari tornerò in un’altra occasione; e il mistero dell’uomo che scriveva cartoline appoggiato al cofano dell’auto. Quella volta era un pomeriggio d’estate, le strade vuote ai quattro punti cardinali, si sentivano le mosche volare. Noi scalciavamo l’aria seduti su un muretto. A un certo punto il mio amico disse: “Quel tizio là non mi convince. Ha un mucchio di cartoline. Non siamo mica a New York”. “Lo penso anch’io”, annuii. “Dai, va’ a scoprire cosa nasconde”. Saltai giù e ci andai, e con noncuranza le provai un po’ tutte. Allungai lo sguardo, mi misi di sbieco, feci dei saltelli. Finchè l’uomo, che era in maniche di camicia e aveva la giacca buttata su una spalla, si voltò e mi disse con un sorriso aperto: “Vuoi vedere cosa scrivo?” Non credevo a tanta fortuna. “Sì”, risposi subito. Be’, venne fuori che nelle cartoline c’erano dei saluti qualunque. Feci un cenno al mio amico, che aveva assistito alla scena e si avvicinò col muso lungo. “Già che ci siete”, disse l’uomo, “perchè non andate a comprarmi i francobolli?” La tabaccheria era vicina, si vedeva a occhio nudo. Lo accontentammo, e prima di andarsene lui ci ringraziò con una bella mancia.
A parer mio avevamo risolto il caso, e ci avevano anche pagato. Il mio amico invece disse che avevo rovinato tutto. Litigammo, e fu la fine del Club dei Due.