Archive for the 'Ti ricordi?' Category

Io non so parlar dialetto

Almeno, non quanto mi piacerebbe. Da bambini, in casa, era una lotta. Mio padre in dialetto avrebbe firmato anche gli assegni. Invece per mia madre, donna di istruzione superiore, anche una frase buttata là ogni tanto era di cattivo esempio. E naturalmente, ai figli era vietato ripeterla. Così mi sono dovuto arrangiare col dialetto passivo del babbo, ma capirete che non è proprio la stessa cosa. La pronuncia va presto a farsi benedire, la ricchezza delle sfumature s’incaglia nel cervello. Per esempio, solo da grande ho imparato che “un gelato” si dice un gelati, e “due gelati” du gelato. Interessante, no? Comunque, conto di metterci una pezza nei prossimi decenni, perchè il tempo passa, e un vecchio che parla solo italiano qua non lo fanno nemmeno entrare al bar.

Detective story

Verso i dodici, tredici anni, io e un mio amico mettemmo su un’agenzia investigativa. Si chiamava il Club dei Due. Il mio amico, più grande e grosso di me, faceva il capo. Eravamo come Nero Wolfe e Archie Goodwin. Non durò molto, ma riuscimmo comunque a occuparci di un paio di misteri: il mistero della casa disabitata e della chiave sepolta, su cui magari tornerò in un’altra occasione; e il mistero dell’uomo che scriveva cartoline appoggiato al cofano dell’auto. Quella volta era un pomeriggio d’estate, le strade vuote ai quattro punti cardinali, si sentivano le mosche volare. Noi scalciavamo l’aria seduti su un muretto. A un certo punto il mio amico disse: “Quel tizio là non mi convince. Ha un mucchio di cartoline. Non siamo mica a New York”. “Lo penso anch’io”, annuii. “Dai, va’ a scoprire cosa nasconde”. Saltai giù e ci andai, e con noncuranza le provai un po’ tutte. Allungai lo sguardo, mi misi di sbieco, feci dei saltelli. Finchè l’uomo, che era in maniche di camicia e aveva la giacca buttata su una spalla, si voltò e mi disse con un sorriso aperto: “Vuoi vedere cosa scrivo?” Non credevo a tanta fortuna. “Sì”, risposi subito. Be’, venne fuori che nelle cartoline c’erano dei saluti qualunque. Feci un cenno al mio amico, che aveva assistito alla scena e si avvicinò col muso lungo. “Già che ci siete”, disse l’uomo, “perchè non andate a comprarmi i francobolli?” La tabaccheria era vicina, si vedeva a occhio nudo. Lo accontentammo, e prima di andarsene lui ci ringraziò con una bella mancia.

A parer mio avevamo risolto il caso, e ci avevano anche pagato. Il mio amico invece disse che avevo rovinato tutto. Litigammo, e fu la fine del Club dei Due.

Chez Matto

Una volta si andava a mangiare dal Matto. Il Matto era anziano, piccolo di statura, e maleducatissimo con chiunque. Noi immaginavamo che lo fosse per contratto, ma di sicuro lo era anche per indole. Specialmente con le ragazze. Si sedeva accanto a loro, ne annusava i capelli, faceva dei sorrisi che tutto erano fuorchè sorrisi. Per dire, era capace, portando il pane in tavola, di mimare un cunnilingus con il cestino e andarsene estasiato dopo aver distribuito le fette una ad una. Oggi, nei ristoranti, se càpitano delle celebrità il padrone si fa fotografare, mano sulla spalla come un vecchio amico, e appende la foto dalle parti della macchina espresso, che la vedano bene tutti. Dal Matto, raccontavano che una sera si era fermata la cantante Mina, nello splendore dei suoi quarant’anni, fuggendone scandalizzata pochi minuti dopo. Al momento di ordinare la cena, il Matto le aveva proposto una cosa veloce, da consumarsi nel retro. Magari era una leggenda.

Il Matto è morto da un pezzo. L’ultima volta che ho sentito parlare del ristorante, era passato al figlio. Ma a quanto dicevano aveva dato un giro di vite agli insulti, e la fatica di andarci soltanto per mangiare non la faceva più nessuno.

Vetrofania, tutte le feste si porta via

Quando ero un bambino, a casa mia il presepe cominciava nel bagno e terminava in cucina, dopo aver attraversato ogni stanza. Non avevamo statuine, ma delle silhouette plastificate che si incollavano col fiato ai vetri delle finestre. I Re Magi partivano da lontano, accanto allo sciacquone, e ogni due o tre giorni mia madre li spostava di quel tanto, per dare l’idea del viaggio. Le pecore pascolavano ovviamente quasi tutte nelle camere da letto, mentre pastori e pellegrini vari venivano sistemati, a seconda del peso dei doni, più o meno vicini alla capanna. E comunque, la mattina del 6 gennaio, chiunque veniva scalzato a favore di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, con un atto d’imperio che a me pareva veramente spudorato. Poi, col tempo, alcuni personaggi si sono rotti o consumati, altri sono andati persi, finchè mia madre si convinse che un presepe che riempiva solo tre ante non aveva ragione di esistere e lo sostituì con uno piccolo, prefabbricato e un po’ triste. Quanto a me, per tutti quegli anni non ho fatto che domandarmi quale ruolo avesse la Befana nella vicenda.

Un capodanno

Sarà stato l’82, ‘83 al massimo. Ero giovane e cretino, e anche il mio amico non scherzava. Passare il capodanno a Venezia ci sembrava un’idea esotica. Così partimmo nel tardo pomeriggio del 31 dicembre con la sua Opel color aragosta, destinazione piazza San Marco. Dopo un po’, sulla Romea caricammo un autostoppista: un tipo magro, silenzioso e giù di giri. Io avevo cominciato a smanettare con la radio ad alto volume, cambiando frequenza ogni tre secondi, finchè a un certo punto l’autostoppista si sporse dal sedile di dietro, mi posò una mano sulla spalla e disse: “Non ti va bene un cazzo, eh?”. Poi parve addormentarsi, ma di tanto in tanto dava un tiro alla sigaretta. Si rianimò un paio d’ore dopo, nel parcheggio di Mestre, e quando ci separammo ci abbracciò come fratelli. Arrivammo in piazza San Marco verso le nove. La circumnavigammo, fermandoci a prendere un aperitivo in tutti i bar. Svuotammo rapidamente i portafogli. Fuori faceva un freddo cane. Nessuno ci avvicinò per invitarci a una festa in qualche superattico. La città ci stava sabotando. Quando in mezzo alla calca scorgemmo il nostro autostoppista, che rollava una canna in compagnia di due splendide ragazze punk, capimmo di dover tornare a casa. Festeggiammo la mezzanotte in macchina con il segnale orario della radio, e all’una e mezza eravamo davanti a una discoteca, pochi chilometri dal punto in cui eravamo partiti. Mentre aspettavamo di entrare, ultimi della fila, il mio amico pestò i piedi a terra per scaldarsi e mi disse: “Comunque, Venezia la facevo con più piccioni”.