Aveva mani svelte, e seppe usarle.
Suonò il pianoforte,
operò da chirurgo,
barò a poker.
Ricercato, fuggì in autostop.
Nessuno lo vide più,
svanì nell’aria,
come un’ombra cinese.
Aveva mani svelte, e seppe usarle.
Suonò il pianoforte,
operò da chirurgo,
barò a poker.
Ricercato, fuggì in autostop.
Nessuno lo vide più,
svanì nell’aria,
come un’ombra cinese.
Bambina: “Lo sai che ormai compio gli anni?”
Maestro: “Oh, ti farò gli auguri. Quando li compi esattamente?”
Bambina: “Fra cinque minuti”.
Sono sicuro che tra qualche anno ci chiederemo l’un l’altro, ma tu cosa facevi quando hai saputo che era morto Mike Bongiorno? Come gli americani per Kennedy. (Io, lo dico subito, stavo inutilmente cercando di caricare uno Zippo a gas).

MP è uno che non sgarra. Un galantuomo, dice di sè con un termine che ormai nessuno usa più.
“A me piacciono le persone vere. Non quelli che per dieci, vent’anni credi che siano una cosa, e poi cade la maschera”. E’ un’idea che condivido, e non ho niente da replicare.
“Tu, secondo me, sei uno vero”, aggiunge col tono di chi non vuole essere contraddetto.
“Grazie”.
Con gli occhi sembra rincorrere un pensiero. Alla fine lo inchioda in mezzo al tavolo e alza lo sguardo su di me. “Ricordati solo questo”, dice. “Se un giorno, tanto per fare un esempio, mi venissero ad arrestare per aver rubato un mucchio di soldi…”
“… saprò che si tratta di un’accusa ingiusta, certo”, lo anticipo.
MP fa una faccia sorpresa. Capisco sempre quando lo deludo.
“Be’ no, non sei stato attento”, mi spiega. “Se succede, vorrà dire che ero un bluff anch’io”.
Siamo infuriati.
Io grido mulinando le braccia.
Lei, isterica, squittisce il suo odio.
Ma il taxi aspetta sotto casa.
Infiliamo i costumi
da orso e topolino,
ci avviamo alla festa.
La prima stagione di In Treatment mi era piaciuta molto, ma la seconda mi sta entusiasmando. A dire la verità si tratta di un entusiasmo un po’ straziante, ma non vogliamo spaccare il capello. In Treatment è una serie dell’americana HBO, ricalcata su una analoga, Be ‘Tipul, trasmessa dalla tv di Israele. Il protagonista è uno psichiatra (Gabriel Byrne, per capirci quello del Cristoforo Colombo televisivo, o del film I soliti sospetti, dipende da quanti anni avete), e ogni puntata è semplicemente il racconto di una seduta. Quattro pazienti, dal lunedì al giovedì. Il venerdì invece in analisi ci va lo strizzacervelli, e Dio sa se ne ha bisogno. La prima serie è durata nove settimane, la seconda due di meno. Non c’è azione; o meglio, l’azione è concentrata nelle facce degli attori, nei toni delle loro voci (sto guardando la seconda stagione in originale con sottotitoli, grazie a Italian Subs Addicted), nei dialoghi incessanti, dei quali non va sprecata mezza parola. Fatto raro, non ho mai l’impressione di assistere a una cosa scritta, ogni puntata scorre con una naturalezza travolgente. Certo c’è poco da divertirsi, In Treatment è ovviamente il regno delle questioni irrisolte. Stavolta mi sta a cuore soprattutto la vicenda di April, la giovane studentessa malata di cancro. Fragile, scostante, in guerra continua. Ma seguo con una certa ansia anche le confessioni del vecchio manager caduto in disgrazia, o il goffo ragazzino sballottato nel divorzio dei genitori. Ci sarebbe anche una piccola tartaruga, che era stata persa nello studio dello psichiatra e poi recuperata, e di cui non si sa più niente da un paio di settimane. Be’, potrebbe essere l’unica a cui verrà riservato un classico lieto fine.
In aula il procuratore
dal losco charme e infernale abilità
interrogava il piagnucolante imputato.
Tra il pubblico
un giovane ambizioso avvocatuccio ghignava,
sicuro del fatto suo
nel buio del cinema.
Questa sera, ai mondiali di atletica di Berlino, Usain Bolt ha corso i 100 metri in 9 secondi e 58 centesimi, nuovo pazzesco record del mondo. Poco prima, intervistato nella puntata di “Le 7 vite del rock” dedicata all’heavy metal, in onda su History Channel, Ozzy Osbourne aveva detto che ai tempi dei massimi eccessi suoi e dei Black Sabbath, una volta in mancanza di cocaina si era sniffato una pista di formiche.
Passò in un baleno la vita:
il primo bacio,
quel viaggio a Londra,
le sbronze con gli amici,
il giorno del matrimonio.
Fu allora
che il fottuto paracadute si aprì.